Roma, 14 aprile 2021 – Il 2020 sarà ricordato in ambito aziendale come l’anno delle riunioni in videoconferenza e delle app di messaggistica che consentono una comunicazione efficace e immediata. Il ricorso allo smart working ha permesso a molte attività di non fermarsi nel periodo di lockdown della scorsa primavera  in un contesto di sempre maggiore dematerializzazione di documenti e comunicazioni aziendali.  Il salto in avanti nel settore tecnologico è stato palpabile e continuerà anche nel prossimo futuro. Con utilizzo di strumenti per la comunicazione e il lavoro da remoto cresce però anche il “Peso specifico” ovvero la portata delle informazioni che gli utenti si scambiano on line in modo istantaneo portando sotto i riflettori il tema della sicurezza e dell’accessibilità dei dati aziendali e dei clienti. L’argomento è stato affrontato in un’intervista con Luigi Fidelio, co-founder e Chief Markenting Officer  di ‘Messagenius’, scale-up italiana della cybersecurity nel campo di sistemi di messaggistica istantanea.
Come emerge dall’intervista, la diffusione del lavoro da remoto ha indubbiamente spostato i valori degli asset funzionali al lavoro e ne ha modificato i fondamentali. Gli asset si stanno riformulando, anche nell’ibridazione dell’esperienza “phygital” (crasi tra “physical” e “digital”). Il modello di lavoro principalmente on-line ha creato un nuovo insieme di dati, che comprende anche quelli prodotti nelle interazioni quotidiane tra colleghi, negli scambi di proprietà intellettuale e nelle interazioni con i clienti. Si tratta di attività ordinarie che generano valore. Le aziende devono assumersi il rischio di sperimentare di più, poiché si sta riscrivendo il paradigma al fine di gestire in modo adeguato gli asset digitali.
Un altro fenomeno riscoperto con il lavoro da remoto sembra essere il Byod (“Bring your own device”, tradotto in italiano come “utilizzo dei propri strumenti digitali”), spesso ignorato visti tutti i problemi tipici della commistione tra sfera professionale e privata, per di più su dispositivi molto presenti nella quotidianità di ogni individuo. Consentire agli impiegati di utilizzare device personali per lavorare ha spalancato le porte alle tecnologie non espressamente approvate in azienda, ma comunque informalmente adottate. Il lavoro da remoto tenderà naturalmente verso il vero smart working, con ciò che ne deriva in termini di gestione del tempo e degli spazi. 
Il nesso fra sicurezza dei dati e le competenze digitali di chi lavora in smart working è culturale, più che riguardare competenze tecniche, e deve funzionare a livello aziendale, non solo individuale. Questa considerazione muove da premesse normative e operative: i dati aziendali hanno un valore enorme e ogni organizzazione ha l’obbligo di proteggerli con policy appropriate. Se i lavoratori esprimono il bisogno di strumenti digitali che amplificano efficienza e produttività, le aziende devono fornire strumenti adeguati allo scopo e definirne l’uso nelle policy interne. 
La sicurezza, e la proprietà dei dati, è la prima componente necessaria per la collaborazione aziendale. Le organizzazioni, infatti, non possono permettersi di affidare le loro comunicazioni quotidiane a colossi che controllano i dati e che non si fanno scrupoli nel sovvertire le loro policy unilateralmente, poiché a rimetterci sono gli interessi strategici delle aziende stesse e la loro indipendenza. Secondi sono i processi: l’approccio manageriale “il mio team sta lavorando, li vedo tutti in ufficio” non può passare a “il mio team sta lavorando, li vedo tutti online sulla messaggistica”. Occorre quindi ridisegnare i modelli di comunicazione affinché possano rendere davvero più efficace ed efficiente il lavoro da remoto. La terza parola chiave è informalità: la pandemia ha consentito di comprendere che per comunicare i convenevoli sono ridotti al minimo, con le emoji che valgono come un sì o un no. Meno formalità, quindi, e maggiore attenzione al contenuto e alla produttività.