Roma, 17 settembre 2021 – La nuova frontiera delle protesi prevede non più una “gamba mobile” agganciata attraverso l’invasatura, bensì un arto che va ad inserirsi direttamente nell’osso, con tutti i benefici che ne conseguono. A parlarne ai microfoni di Uno Mattina, è stato professor Stefano Zaffagnini, direttore della 2a Clinica Ortopedica e Traumatologica, istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, nonché Emanuele Gruppioni, direttore tecnico Area Ricerca e Formazione Centro Inail Vigorso di Budrio, e, Mauro Pacifici, paziente nonché ‘collaudatore’ di una ‘gamba bionica’. “Si chiama osteointegrazione – precisa Zaffagnini – le protesi hanno normalmente un’invasatura che le collega alla gamba, ma ci sono problematiche come la sudorazione e la deambulazione, con questo tipo di ricerca faremo in maniera che la protesi venga attaccata direttamente all’osso”. Quindi il professore ha spiegato come avviene l’inserimento della protesi: “Viene inserito lo stelo, all’interno del femore e avviene un aggancio diretto all’osso”.
E ancora: “Il contatto diretto permette al paziente di fare cose che con la normale invasatura non riesce a fare, come ad esempio accavallare la gamba. Si attacca e si sgancia in un minuto, una cosa rapida, con l’invasatura ci sarebbero invece difficoltà. C’è meno deambulazione e nella fase del passo si cammina in maniera più eretta e questa permette al paziente di avere una padronanza del passo”. In poche parole è come un aggancio da sci: “E’ facilissimo da togliere e mettere, durante la giornata il paziente riesce a camminare molto di più. In Italia è ancora sperimentale, abbiamo questo progetto che ha permesso di fare i primi tre casi e adesso sto cercando di avere un rimborso”. Mauro Pacifici ha raccontato la sua storia di “paziente zero”: “Ho perso la gamba nel 2003 dopo essere stato investito, ho iniziato la trafila di protesi con l’invasatura che ho portato 18 anni, ma con questa non si sta comodi né a sedere né in piedi e quindi ho optato per questa opzione”.
Gruppioni ha poi specificato che ginocchio è di tipo elettronico, con dei sensori che gli consentono di adattarsi all’attività che sta svolgendo il paziente. “Stiamo lavorando su componenti esterni, introducendo le protesi propulsive che buttano all’interno della camminata e delle attività delle energie in più. Stiamo guardando molto all’aspetto estetico, a me piace dire che l’estetica è funzionalità. Fino a qualche anno fa si nascondevano le amputazioni ora è diverso”, ha aggiunto Gruppioni.
In Italia si fanno più di 10mila imputazioni all’anno di arti inferiori, un terzo sono traumi della strada o sul lavoro o pazienti di zone di guerra. 2.500 pazienti all’anno potrebbero giovarsi di una metodica tipo questa. “Questo intervento comporta una qualità dell’osso buono – aggiunge Zaffagnini – quindi è da preferire per pazienti giovani, che ci permette di avere un risultato che è migliorativo della vita. Due le controindicazioni: difficoltà di mantenere senza infezione la parte di metallo che esce dalla pelle, bisogna sempre mantenerla pulita due volte al giorno, per evitare infezione a livello del foro di entrata. La seconda controindicazione è che muovendosi di più c’è il rischio di fratture, che sarebbero da evitare”.