Pavia, nodo ambienti confinati. Colloquio con Franco D’Amico

13 settembre 2019. “E’ l’aspetto umano che esce fuori con più forza dalla triste vicenda di Arena Po”. Abbiamo contattato Franco D’Amico, esperto del settore e responsabile dei servizi statistico-informativi dell’ANMIL, per commentare la strage sul lavoro di ieri dove quattro lavoratori hanno perso la vita annegando, storditi dall’anidride carbonica, in una vasca di raccolta dei rifiuti organici provenienti dall’annesso allevamento di bovini. L’aspetto umano, come spiega D’Amico, torna spesso, infatti, in incidenti del genere in cui nella scena della tragedia entrano via via in una sequenza mortale tutti coloro che si prodigano nel tentativo di salvare la vita al primo della serie. La prima parola chiave è solidarietà, quindi.  La seconda, invece, risponde a una definizione tecnica: spazio confinato. Per spazio confinato si intende un ambiente di lavoro a rischio, connesso comunque all’attività produttiva, in cui l’accesso non è pubblico e la cui pericolosità obbliga ad usare alcuni dispositivi di sicurezza e una procedura molto particolare.
In sostanza, al decreto legislativo 81 del 2008 si sono aggiunte norme specifiche nel 2011, attraverso il Dpr 177. Le norme mettono l’accento su formazione e addestramento fino al punto da prevedere che ben il 30% della squadra che entra in  uno “spazio confinato” sia qualificato come “esperto”, ovvero con una esperienza di tre anni per queste tipologie di interventi. C’è da dire che il Dpr si è reso necessario proprio per impedire la sequela di tragedie, e non solo in agricoltura, sempre con più vittime. Il punto è che laddove ci sono vasche di stoccaggio ci sono esalazioni in concentrazione tale da avere effetti nocivi sull’organismo umano.
Quasi sempre ci si cala in una vasca per effettuare un intervento di riparazione (disostruzione), un intervento che andrebbe fatto previo svuotamento delle vasche. In genere, negli impianti a ciclo continuo questa operazione o non può essere eseguita oppure comporta costi notevoli. E allora si decide di intervenire quando la vasca è piena. E quasi sempre senza le necessarie precauzioni e rispetto delle procedure.
E’ possibile, considerando i progressi importanti della tecnologia, che non si riesca ad installare sistemi in grado di monitorare l’attività delle vasche in modo da diminuire la probabilità degli interventi riparativi? Lo chiediamo a D’Amico.
“Sono convinto che sistemi del genere ci siano – risponde -. Ma certo non ci sono controlli che in qualche modo lo possono accertare. Soprattutto in realtà sperdute nella campagna”. Perché accade con maggiore frequenza in agricoltura? “L’agricoltura è in ripresa – risponde D’Amico – per tutta una serie di fattori, non ultimo il fatto che molti più giovani rispetto a prima si avvicinano a questa attività. Il punto è che se da una parte assistiamo all’affermazione di colture di qualità, remunerative anche per affrontare le spese per la sicurezza, dall’altro c’è il degrado più assoluto”. D’Amico è un grande analizzatore di dati statistici e non ha dubbi: “L’aumento dei morti negli ultimi anni è in agricoltura, nel meridione e fra gli extracomunitari”.
Un quadro che rende arduo e difficoltoso un intervento di emergenza in grado di arrestare il susseguirsi delle tragedie. La situazione è dispersiva. Fa bene il Governo a dichiarare la sicurezza sul lavoro come una priorità, ma bisogna fare in fretta. E anche rinnovare e adeguare gli strumenti. Come si farà a raggiungere le decine di migliaia di extracomunitari presenti in agricoltura per renderli consapevoli dei loro diritti?

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