Roma, 12 febbraio 2021 – In Italia il divario di genere nelle materie Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) pesa ancora molto. A dirlo sono i dati di un’indagine condotta da Save The Children ed elaborati dall’Istat, riportati dal sito Skuola.net.
In occasione della sesta giornata delle donne e delle ragazze nella Scienza, un’iniziativa promossa e istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, il profilo italiano sul numero di e ragazze che decidono di intraprendere una carriera scientifica non svetta: solo il 16,5% delle giovani, infatti, si laurea in facoltà ‘tecniche’, contro il 37% dei maschi. E’ vero che sono numeri superiori alla media europea, ma non per questo sono soddisfacenti.
Un divario che affonda le sue radici ben prima dell’università: se, ad esempio, viene chiesto a un gruppo di bambini di disegnare uno scienziato, solo 1 su 3 lo disegnerà donna. Una percentuale che, peraltro, si riduce sensibilmente con l’avanzare dell’età: se viene chiesto ad un gruppo di ragazze di 16 anni, saranno 3 su 4 a disegnarlo maschio. Infine, se lo chiediamo ad un gruppo di ragazzi coetanei il 98% lo disegnerà maschio. Questo perché gli stereotipi di genere sono molto più diffusi di quanto si possa pensare ancora oggi, soprattutto nel processo di crescita dei giovani. La riprova sta nel fatto che appena 1 ragazza su 8 si aspetta di lavorare come ingegnere o in professioni scientifiche, a fronte di 1 su 4 tra i maschi.
In realtà gli stereotipi di genere iniziano a scuola: già dalla scelta del liceo o della facoltà universitaria, si avverte chiaramente che il gender gap si fa sentire. Tra i diplomati nei licei i ragazzi sono più presenti in quelli scientifici (il 26% di tutti i diplomati rispetto al 19% delle ragazze), mentre solo il 22% delle ragazze si diploma in istituti tecnici, quasi la metà rispetto ai maschi (42%); dati, questi, che si riferiscono all’anno scolastico 2018-2019. Percentuali basse si riscontrano anche all’ambito universitario, come abbiamo visto. Un lungo percorso non privo di ostacoli, quello che le giovani aspiranti donne nella scienza devono affrontare, che naturalmente si riflette nel mondo del lavoro: nelle aree STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), le giovani rappresentano il 41% dei dottori di ricerca, il 43% dei ricercatori accademici, solo il 20% dei professori ordinari e tra i rettori italiani solo il 7% sono donne (come riportato dal ministero dell’Istruzione) per l’anno 2020. La bella notizia, se si consultano i dati dell’Eurostat, è che nel 2019 Sardegna e Sicilia impiegato più donne nei settori scientifici delle altre regioni d’Italia: il 37% del totale dei lavoratori di queste aree. A fare da contraltare una rappresentanza più scarsa nel Nord-Ovest e nel Sud d’Italia in generale, dove ci si ferma rispettivamente al 33% e 34%, mentre il Centro segue il trend positivo delle Isole registrando un 36%, poco sopra al Nord-Est che si attesta al 35%. Con l’Italia che, nel complesso, si aggiudica una media del 34% di donne impiegate come scienziate e ingegnere, con 400 mila donne nel campo scientifico contro circa il doppio (760 mila) dei colleghi maschi. Una media ancora troppo bassa, anche se si allarga lo sguardo per confrontarla con quella di tutta Europa, dove le donne impiegate in questi settori restano una minoranza, ma acquistano punti percentuali arrivando a circa il 41%.