L’impatto della pandemia su infortuni e mercato del lavoro

Roma, 17 luglio 2020 – Nel nuovo numero del periodico statistico dati INAIL è riportata una fotografia del nostro Paese scattata dalla Consulenza statistico attuariale che descrive l’impatto della pandemia sull’andamento degli infortuni e sul mercato del lavoro. In base ai dati, il totale degli infortuni denunciato all’INAIL tra l’inizio dell’anno e il 15 giugno, data dell’ultima rilevazione dei contagi da COVID-19 di origine professionale, registra, rispetto allo stesso periodo del 2019, una diminuzione pari a circa il 25%.  Tra il mese di marzo e il mese di maggio, periodo di pieno lockdown, sono stati denunciati circa 60.000 infortuni in meno rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno soprattutto a causa della sospensione di tutte le attività nell’intero territorio nazionale per contenere la diffusione dell’infezione. Escludendo le denunce di contagio sul posto di lavoro, la riduzione degli infortuni tra gennaio e il 15 giugno sarebbe stata pari a circa il 40% per effetto delle misure di contenimento per cui un elevato numero di persone non si è recata sul posto di lavoro rendendo le strade deserte e facendo piombare le città in un vuoto irreale. Il clima di incertezza ha avuto effetti negativi anche sulla produzione infatti, secondo i dati di contabilità nazionale comunicati dall’ISTAT nei primi tre mesi dell’anno il PIL è sceso del 4,7%. A essere danneggiate sono state soprattutto le micro (3-9 addetti) e le piccole (10-39 addetti) imprese che da sole hanno rappresentato più del 70% del totale delle chiusure. Da uno studio condotto dall’ISTAT che ha coinvolto un campione di circa 90.000 imprese appartenenti ai settori dell’industria, del commercio e dei servizi e che producono quasi il 90% del valore aggiunto nazionale, è emerso che il 45% delle aziende non ha ricominciato la propria attività prima del 4 maggio e oltre il 70% delle imprese interessate dallo studio ha dichiarato una contrazione del proprio fatturato nel bimestre marzo aprile rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tra aprile e giugno l’INAIL ha diffuso i primi cinque report dedicati alla diffusione delle infezioni da nuovo coronavirus. Nel trimestre fino al 15 giugno sono stati denunciati 49.000 contagi e 236 decessi a causa del COVID-19 di cui solo uno ricade nei primi 15 giorni di giugno. Se si considerano le professioni svolte dai lavoratori che hanno contratto il virus, tre denunce su quattro riguardano gli operatori sanitari, il 49,9% tecnici della salute, prevalentemente infermieri, il 21,3% operatori sociosanitari del “personale qualificato nei servizi sanitari e sociali”, il 10,7% medici (internisti, cardiologi e anestesisti rianimatori più di altri) e quasi il 5% ausiliari ospedalieri, inservienti in case di riposo, barellieri e “personale non qualificato nei servizi di istruzione e sanitari”. A questi si aggiunge una quota importante di denunce degli operatori socio assistenziali che operano generalmente in strutture sanitarie e di assistenza. Tra le 236 denunce di contagio con esito mortale, l’incidenza del personale sanitario e socio assistenziale corrisponde invece al 40%. Per quanto riguarda gli infortuni, le province più colpite risultano essere quelle di Milano e Bergamo per il numero dei decessi. La provincia di Milano ha registrato il 10,8% di tutte le denunce di contagio da nuovo coronavirus presentate all’INAIL fino al 15 giugno (5316 denunce) mentre i 30 casi mortali della provincia di Bergamo corrispondono al 10,7% del totale. L’età media dei contagiati è di 47 anni e sale a 59 se si considerano i decessi, ma a subire il contraccolpo economico della pandemia sono soprattutto i giovani partendo dall’interruzione forzata dell’istruzione e della formazione, passando dalla perdita dell’occupazione quindi della fonte di reddito per arrivare a parlare di delle difficoltà che incontreranno nel prossimo futuro a trovare un impiego. Molti di quelli che hanno perso il lavoro a causa della pandemia faticheranno non poco a ricollocarsi.
Secondo un recente sondaggio globale sui lavori formali per i giovani dell’organizzazione internazionale del lavoro, oltre un giovane intervistato su 6 ha smesso di lavorare all’inizio dell’emergenza sanitaria mentre tra quelli che hanno mantenuto il posto di lavoro, l’orario è diminuito del 23%.

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