La Cassazione: insultare in mailing list di lavoro è reato

Roma, 9 aprile – Perdere la pazienza e inviare insulti in una mailing list, alla persona offesa e ad altri estranei, può costare caro. Anche se il diretto interessato può replicare “quasi” in tempo reale, quelle offese pubbliche non rappresentano solo un’ingiuria, reato da tempo depenalizzato, ma possono essere sanzionate come diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato una decisione di condanna emessa dal tribunale di Roma, per l’invio a un gruppo di lavoro con la persona offesa ed altre dieci persone di una mail di insulti, ritenendola diffamatoria.
L’imputato è stato condannato dal tribunale a risarcire con 5mila euro il collega offeso e a pagare le spese processuali.
La quinta sezione penale della Suprema Corte, infatti, ha rigettato il ricorso della difesa, secondo la quale quelle offese sarebbero semmai un’ingiuria, in quanto rivolte a una persona “presente” nel gruppo destinatario della mail. La Cassazione sottolinea che “se la comunicazione ‘a distanza’ è indirizzata anche ad altre persone oltre all’offeso, si configura il reato di diffamazione”. A proposito del concetto di “distanza”, la quinta sezione penale, superando una serie di precedenti di segno opposto, chiarisce che se una comunicazione, scritta o vocale, è indirizzata a persone “non contestualmente presenti”, neanche in forma “virtuale”, ricorrono i presupposti per la diffamazione. Diverso il caso in cui tutti siano “contestualmente” collegati, in questo caso si può parlare di ingiuria, che non è più punita come reato.