Roma, 23 novembre 2021 – Con sentenza n. 32473/2021, la Corte di Cassazione ha escluso l’indennizzabilità dell’infortunio subìto dalla lavoratrice durante la pausa caffè, in orario di servizio, al di fuori dall’ufficio ove prestava la propria attività. E ciò anche nel caso di permesso dei superiori per andare al bar all’esterno dell’ufficio, che non ha un punto ristoro.
Nello specifico la Suprema Corte, si è pronunciata sul ricorso presentato dall’INAIL contro l’indennizzo del 10% in favore di una impiegata della Procura di Firenze che si è rotta il polso cadendo per strada, mentre era uscita proprio per la pausa caffè.
Nel caso in esame, i giudici di legittimità, nell’accogliere il ricorso presentato dall’INAIL, hanno chiarito che la pausa caffè – pur essendo un momento tipico della giornata di molti lavoratori – non rappresenta, in alcun caso, una esigenza impellente e correlata allo svolgimento della prestazione lavorativa. È bensì una mera “scelta arbitraria“, e dunque non si ricollega in nessun caso allo svolgimento della prestazione lavorativa di cui al contratto di lavoro. La pausa caffè, quindi, non risponde a un bisogno fisiologico di chi la mette in atto; ma è definita dalla Corte come un momento di “soddisfacimento di un bisogno certamente procrastinabile e non impellente”.
In base al ragionamento della Cassazione, dunque, il nesso di causalità tra incidente e lavoro non ricorre. Ne consegue che non c’è alcun valido presupposto per domandare – e ottenere – l’indennità per malattia o inabilità temporanea.