Roma, 4 marzo 2021 – Cinquantadue anni e ritenuto vicino alle cosche Piromalli e Molé, l’imprenditore Filippo Raso è il principale indagato dell’inchiesta “Rasoterra” che ha portato la polizia ad arrestare nove persone con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in concorso e trasferimento fraudolento di valori in concorso al termine di indagini condotte dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dal commissariato di Gioia Tauro. Oltre a Raso, in carcere sono finiti due caporali: il senegalese Ibrahim Ngom detto “Rasta” di 40 anni, e Kader Karfo detto “Cafù”, 41enne della Costa d’Avorio. Il gip ha disposto, inoltre, i domiciliari per Mario Montarello, Giacomo Mamone, Francesco Calogero, Domenico Careri, Vincenzo Straputicari e Pasquale Raso.
Quest’ultimo è il figlio di Filippo, coinvolto nell’inchiesta così come la sorella Raffaella, indagata perché fittiziamente proprietaria dell’azienda agricola sequestrata oggi nell’ambito dell’inchiesta. La ditta individuale, infatti, era gestita dal padre il quale, secondo l’accusa, sfruttava i migranti che vivevano nella baraccopoli di San Ferdinando. Approfittando del loro stato di bisogno, Raso e altri imprenditori agricoli reclutavano i braccianti africani e li costringevano a lavorare in condizioni disumane e di pericolo. Anche sotto la pioggia, la loro paga era di 50 centesimi per ogni cassetta di agrumi raccolta.
L’inchiesta ha dimostrato i contatti tra Filippo Raso con i caporali e i faccendieri che operavano al suo servizio e che controllavano i migranti nei campi. L’imprenditore agricolo legato ai clan della Piana di Gioia Tauro sarebbe stato a capo di un sistema. A suo servizio, infatti, ci sarebbero stati i caporali “Rasta” e “Cafù”. Il primo aveva il compito di reclutare i braccianti, mentre il secondo si occupava del pagamento delle giornate di lavoro e di guidare i furgoni a bordo dei quali gli extracomunitari venivano condotti nei campi.
Furgoni che sarebbero stati recuperati dall’indagato Giacomo Mamone.
Nel sistema “Raso” sarebbero rientrati anche il figlio Pasquale e Montarello e Careri. Ma anche Francesco Calogero, il titolare di un’azienda agricola che si occupava di veicolare le direttive di Filippo Raso.
Per il questore Bruno Megale “è un’attività che si inserisce nel solco di una serie di servizi che stiamo svolgendo nella Piana, in un territorio particolarmente difficile. La presenza di cittadini immigrati che si concentrano in quella zona ha fatto insorgere il timore che si potessero verificarsi episodi di intolleranza”. “Le intercettazioni ci hanno dato uno spaccato criminale e inquietante – ha affermato il capo della squadra mobile Francesco Rattà -. Alcuni lavoratori, che trovavano alloggio nella baraccopoli, venivano reclutati dai caporali e pagati al giorno 25 euro, un prezzo più che dimezzato rispetto a quanto stabilisce il contratto collettivo”. Il dirigente del Commissariato di Gioia Tauro Diego Trotta ha spiegato che durante le perquisizioni di stanotte, “abbiamo trovato una pistola e piccoli quantitativi di sostanza stupefacente”.