L’attore in carrozzina ha cambiato la sua vita scegliendo “La via del Teatro”, un progetto sociale che coinvolge il territorio di Nuoro  

Non si rassegna Giammarco Mereu a quei tre morti al giorno che ancora oggi tingono di rosso il lavoro nel nostro paese. E ripete che questa è una tragedia che deve essere evitata. Lo sa bene lui che ha portato in teatro l’incidente che gli ha cambiato la vita, recitando se stesso nello spettacolo “Giorni rubati”, che ha replicato in tutta Italia per ben 182 volte. Operaio di Lanusei, in provincia di Nuoro, “operaio per sempre” – come ama definirsi – non può dimenticare quel cancello di 600 chili che lo ha travolto, nel novembre di 13 anni fa, alla fine del turno di lavoro, costringendolo su una sedia a rotelle per il resto della vita. Ma Giammarco non ha mai pensato di fermarsi e, da quella sedia, è ripartito sempre verso nuovi traguardi, per sperimentare se stesso ed inviare messaggi positivi affinché altri non ripetano la sua esperienza. Tante le novità che sono emerse in questa intervista, che mi ha stupito perché, ancora una volta, mi sono trovata di fronte ad una persona che non ha mai smesso di evolvere e di superarsi. 

 

 – Come procede la tua attività di attore? 

Adesso si è momentaneamente fermata perché ho intrapreso un’altra iniziativa. Mi sono infatti reso conto che era necessario lavorare sul territorio e così, con un’associazione che si chiama “La via del teatro”, ho ottenuto in gestione uno spazio a Nuoro. Si tratta di un auditorium di 220 posti che diventerà una sorta di centro sociale, un luogo dove ognuno potrà esprimersi liberamente a costi accessibili. All’interno troverà spazio anche il teatro che, con il supporto di professionisti, realizzerà progetti per l’integrazione di tutte le diversità possibili. Mi interessava fare un discorso sociale perché i costi di accesso degli spazi sono molto alti per le persone che vogliono fare qualcosa o, semplicemente, desiderano stare insieme, a cominciare dai gruppi musicali. Io mi considero soltanto un intermediario. C’e bisogno, anche nelle piccole città, di riappropriarsi di spazi pubblici e i cittadini devono capire che questi luoghi sono di tutti e possono ospitare attività interessanti. “La via del teatro” si trova in uno dei quartieri storici di Nuoro, una zona popolare che, più di altre, ha bisogno di essere animata, anche se la burocrazia non agevola iniziative come queste. Basta pensare che abbiamo dovuto riqualificare lo spazio a nostre spese, a cominciare dalla messa in sicurezza.

 

– Qual è stata l’ultima rappresentazione teatrale che hai fatto? 

Come dicevo, sono in stand by perché mi sono preso del tempo per dedicarmi al territorio e mettere al servizio degli altri l’esperienza che ho maturato, non perché voglio essere un regista o un insegnante, ma perché sento la necessità di mettere a disposizione di chi ne ha bisogno il mio percorso e le mie capacità. L’ultimo spettacolo che ho fatto è stato “Giorni rubati”, l’11 settembre scorso, alle Acciaierie di Terni. Con la compagnia Rosso Levante sono arrivato a 182 repliche. È stata una bella esperienza perché in questo stabilimento vengono formati circa 300 operai, che dovrebbero essere gli angeli della sicurezza. Utilizzano dei caschi facilmente individuabili e delle apposite spille per rappresentare una sorta di sentinelle destinate a coordinare il lavoro e consentire di realizzarlo in modo corretto. 

 

– Che cosa può dare il teatro alle persone e non soltanto a coloro che hanno vissuto esperienze come la tua?

È una scusa, un’apertura, un riappropriarsi delle relazioni reali, quelle in cui hanno un valore la pacca sulla spalla, le lacrime, il sorriso. Tutte manifestazioni che i network ci hanno tolto perché non basta mettere una faccina per comunicare un’emozione. Se io ti guardo negli occhi, so con chi sto parlando. E questo vale soprattutto per i giovani che hanno bisogno di spazi per esprimersi ed incanalare la loro energia, la loro freschezza, la loro voglia di fare. Occorre dare la possibilità a chi ha qualcosa da dire di poterlo fare, a prescindere dal valore artistico. 

 

– Grazie al teatro è cambiato il rapporto con te stesso?

Mi è stata aperta una prospettiva dopo l’incidente. Mi è stato dato un ruolo di testimonianza, che spero sia stato utile e che continui ad esserlo, perché racconta direttamente la tragedia che è accaduta a me e che purtroppo succede tutti i giorni. Il teatro mi ha affidato il ruolo di portare un messaggio particolare perché espresso in prima persona da chi ha subito un incidente. Per me è cambiato tutto. Il lavoro di attore è stato una sorta di centrifuga che mi ha consentito di raccogliere i cocci di ciò che mi era rimasto e di trasformarli in una rinascita.

 

– Quali sono stati i momenti più belli della tua carriera di attore?

La differenza l’hanno fatta i luoghi dove ho tenuto gli spettacoli perché sono state tutte esperienze bellissime. Posso citare il carcere di San Vittore a Roma e l’Ospedale Oncologico di Cagliari, dove i malati ci guardavano con il televisore. Sono stati rapporti molto intimi e senza filtri.

 

– Che cosa ha significato scoprire cose di te che, prima dell’incidente, non sapevi di avere?

Mi si è aperto un mondo, in cui mi sono fatto molto male, perché ripercorrere ogni volta la mia esperienza non è stata una passeggiata di salute, ma mi ha fatto capire di essere fortunato perché ho ancora la possibilità di raccontare quanto mi è accaduto e di svolgere il mio ruolo di padre, marito ed amico, pur essendo su una sedia rotelle. Il messaggio che ho ricevuto è quello che mi ha detto mio figlio dopo l’incidente: “Ma tu torni a casa con la carrozzina?”. E quando gli ho risposto: “Non lo so”, lui mi ha detto a sua volta: “L’importante è che torni a casa”. 

 

– Tu ti sei auto definito “l’operaio del teatro”. Continuerai a rappresentare te stesso o darai spazio ad altri ruoli? 

Quando mi dicono che sono un attore, io rispondo che sono un operatore, cioè un miscuglio tra un operaio ed un attore. Per adesso ho bisogno di farmi da parte, di aprire una nuova fase, non perché abbia abbandonato definitivamente il ruolo di attore, ma perché ho bisogno di trovare nuovi stimoli e di evitare che il teatro diventi per me una situazione stagnante. 

 

– Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere in questo momento?

Adesso, oltre ad occuparmi a tempo pieno dell’associazione “La via del teatro”, vorrei dedicarmi allo sport. Non punto a diventare un campionissimo, ma voglio provare tutti gli sport. Il primo appuntamento sarà a Sassari, nei prossimi giorni, per partecipare ad un campionato di calcio balilla. Ho praticato anche il tiro a volo e ho fatto un corso di guida veloce e, nonostante preferisca il tennis da tavolo e quello in carrozzina, desidero applicarmi in ogni disciplina. Ho un solo rammarico: quello di non poter praticare sport di squadra perché, nella realtà in cui vivo, non posso disporre di una squadra.

– Come si svolge il tuo ruolo di testimonial dell’ANMIL, a cui sei iscritto da quando hai subito l’incidente?

Ci sono vari progetti in cantiere e cerco di mettere a disposizione dell’Associazione la mia grinta e la mia voglia di fare. L’anno scorso ho giocato a tennis tavolo in serie A e sto portando nel mondo della scuola anche il concetto di diversità nello sport. Mi interessa mostrare che, in tanti campi, dalle attività sportive, a quelle teatrali, a quelle relazionali, la vita merita di essere vissuta, nonostante un incidente. Non bisogna precludersi nessuna strada. 

 

– L’ANMIL ha realizzato una radio web per dare maggiore visibilità al lavoro degli iscritti e dei territori. Che cosa ne pensi? 

È uno strumento importante e credo che la sua funzione sia quella di favorire incontri reali e di consentire la comunicazione fra le persone. Personalmente sono interessato a dare il mio contributo a questa radio anche perché trovo molto bello fare rete. Sono tanti i disabili che mi chiamano per avere informazioni non solo sugli ausilii terapeutici, ma anche semplicemente per chiedere che cosa poter organizzare. Ritengo che manchi uno sportello di coordinamento di queste attività. Anche l’INAIL di Nuoro non fa abbastanza per tirare fuori i disabili dalla situazione in cui si trovano. Il progetto associativo che ho realizzato insieme ad un altro invalido del lavoro, Mario Medde, è l’unico in Italia ad avere chiesto un finanziamento all’INAIL per l’acquisto di strumenti: dalle luci, all’audio, all’apparato di proiezione perché l’idea è quella di dare vita, fra le altre cose, ad un cinema alternativo. In questa associazione non ci sono soltanto disabili, ma persone unite dalla voglia di fare e di stare insieme. Anche l’ANMIL ci sta sostenendo e ha già avviato, nel nostro spazio nuorese, un corso di computer per invalidi. Ma questo è soltanto l’inizio. 

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