Intervista a Monica Repetto, regista della serie “Il corpo dell’amore”

Il coraggio dei disabili che scelgono l’amore. Il viaggio di RAI3 nelle storie dei protagonisti di una diversa normalità.

Giorgio, Giuseppe, Valentina e Matteo: quattro nomi per quattro documentari andati in onda su RAI3 sul tema “Sesso e disabilità”. Un argomento che l’ANMIL sostiene da tempo attraverso la sua Fondazione “Sosteniamoli subito”. La serie, intitolata “Il corpo dell’amore”, è stata prodotta da Deriva Film, con la regia di Monica Repetto e Pietro Balla e la voce narrante di Enrica Bonaccorti. Uno il filo conduttore delle storie che entrano, fra mille sfaccettature, nella vita di persone considerate ‘diverse’: il diritto di amare e di ricevere amore. Un sentimento che vale per Giorgio, 32 anni, affetto dalla sindrome di Williams (una malattia genetica che interessa aree dello sviluppo cognitivo, psicomotorio e del linguaggio), che divide le sue giornate con la madre Patrizia, una sessantenne che, nonostante la stanchezza di vivere, combatte tutti i giorni la sua battaglia per dare al figlio una vita migliore. Così come vale per Giuseppe, un disabile omosessuale di 24 anni, che dopo avere subito cattiverie e derisioni, decide di impegnarsi nella difesa dei diritti delle persone LGBT (con questo acronimo si enfatizzano la diversità delle culture basate su sessualità e identità di genere e a volte è utilizzato per riferirsi a persone che sono esclusivamente lesbiche, gay, bisessuali o transgender). Ma il desiderio di amore viene manifestato anche da Valentina, giornalista 37enne affetta da displasia diastrofica (una malattia genetica che si manifesta con una statura molto bassa), che accetta l’incontro con Carlo, un giovane attore in transito nella sua vita. Ed è evidente anche in Matteo, un tetraplegico di 39 anni, che si affida ad Anna, “assistente sessuale”. E allora ricominciamo dalla fine, dalle reazioni che ha suscitato questa coraggiosa proposta trasmessa dal servizio pubblico. Abbiamo intervistato Monica Repetto, l’occhio femminile della telecamera, che ha esordito condividendo i complimenti ricevuti con il coregista e coautore Pietro Balla.

Ad un mese dalla messa in onda dei documentari, come è andata in termini di consensi e di ascolti?
La serie ha avuto grande successo. Sono molto contenta perché in tanti ci hanno detto e scritto: “Non ci avevamo mai pensato e si è aperto un mondo davanti a noi”. Mentre giravamo i documentari, tra Napoli, Parma, Ferrara e Mantova, sono state numerose le persone che si sono interessate al nostro lavoro, sottovalutando a volte l’importanza della sessualità di chi non ha autonomia fisica e, nei casi più gravi, anche mentale. La risposta è stata sempre la stessa: “Provate ad immaginare che cosa sarebbe la vostra vita relazionale ed affettiva senza il sesso! Forse si può rinunciare ad un parcheggio, ma non alla possibilità di dare e ricevere amore”. Vedere con gli occhi e seguire le storie mentre si sviluppavano è servito, più di ogni altra considerazione, ad incidere sul pensiero e sui comportamenti delle persone che si sono avvicinate al set e sono entrate in empatia con i protagonisti. Questa modalità di racconto costringe infatti ciascuno di noi ad entrare nei panni di qualcun altro e a comprendere che ci sono persone che devono affrontare ostacoli maggiori rispetto a quelli che la vita pone tutti i giorni davanti. In termini di audience, la seconda serata del venerdì di RAI3, scelta per la messa in onda del programma, è stata sicuramente una delle più difficili del palinsesto della rete, in particolare per questa tipologia di lavori. Ma nonostante le difficoltà oggettive, il riscontro c’è stato, sia in termini di critica che di diffusione sui social. Posso anticipare che ci saranno sicuramente delle repliche, anche se le date e gli orari non ci sono ancora stati comunicati. Le puntate sono però già tutte disponibili su Rai Play e possono essere viste per intero da chi fosse interessato.

– Perché la scelta di raccontare un mondo “diverso”, che tanto diverso non è, essendo i sentimenti uguali per tutti?
Sia io che Pietro Balla abbiamo sempre lavorato con la nostra società di produzione. Deriva Film, su temi sociali, dalle storie di genere a quelle cosiddette ai margini, che il mondo dello cultura solitamente non porta alla luce. A noi piace invece puntare un piccolo faro su aree meno raccontate, come quella della disabilità, che nasconde anche storie molto belle e che abbiamo voluto attraversare da un punto di vista particolare: quello della ricerca della felicità intesa come relazione e come sessualità, senza buonismo. Riteniamo infatti che i protagonisti delle nostre storie abbiano difetti più accentuati rispetto a quelli che tutti noi abbiamo, sia nel corpo che nella gestione dei rapporti. Abbiamo sempre pensato che tutti siamo disabili in amore, rispetto alla percezione e alla vergogna del nostro corpo. La perfezione c’è soltanto nella pubblicità e il confine tra normalità e disabilità non esiste, perché non esiste separazione tra i due mondi. Quando gli ostacoli sono più grandi, vediamo meglio quello che accade a tutti noi.

– Che tipo di narrazione è stata scelta nelle quattro storie andate in onda?
Nelle nostre intenzioni non c’è stata morbosità, ma una narrazione delicata e al tempo stesso forte del contesto quotidiano in cui ciascuno dei quattro protagonisti vive ed agisce. Noi facciamo da sempre cinema e documentari della realtà e per questo, quando raccontiamo, utilizziamo tutti gli strumenti della narrazione di finzione per la costruzione di una storia. Ma quando ci misuriamo con persone in carne ed ossa, che non sono attori di professione, anche noi autori e registi dobbiamo entrare in un rapporto di fiducia e metterci a nudo nella relazione, esattamente come fanno i protagonisti che, generosamente, mettono la loro vita nelle nostre mani. In fondo è uno scambio reciproco e noi siamo sempre in debito con queste persone che si fidano di noi, come se fossero dei kamikaze. Questo atteggiamento emerge sul set in maniera molto potente. Penso alla relazione che ho avuto con Patrizia, la protagonista del film “L’ombra della madre” e con Giuseppe, il giovane disabile attivista per i diritti LGBT. Due storie molto diverse fra loro, ma che mettono a fuoco percorsi straordinari, che vanno al di là delle generazioni perché attraversano l’intimità delle persone. Storie che sottendono vedute non sempre coincidenti e conflitti da superare. Posso dire, che a differenza di un documentario tradizionale, realizzato cioè con interviste ed immagini di repertorio a copertura, noi abbiamo chiesto ai protagonisti delle storie uno sforzo ulteriore: quello di essere anche attori e di stare al nostro gioco di costruzione narrativa. Il lavoro che oscilla tra verità e finzione è sempre un’impresa che comporta grande equilibrio e difficoltà. E, quando riesce, è la nostra gioia assoluta perché vuol dire che siamo stati capaci di ascolto.

– Qual è la storia che più le è rimasta nel cuore e in cui si è riconosciuta maggiormente?
Ho avuto con Patrizia, la madre di  Giorgio, un legame particolare, sia per ragioni anagrafiche che per l’identificazione nel ruolo materno. Patrizia è una donna che combatte per i suoi ideali, pur essendo consapevole dei suoi fallimenti. È una persona ricca di colori, sfumature, contraddizioni, ma sempre coerente. Ha una cultura conquistata con fatica e strappata alle sue origini di sottoproletariato, ma non per questo meno pervasa dal senso del bello e dalla profonda consapevolezza della propria dignità e di quella delle persone che incontra. Venendo meno alla sua formazione femminista, Patrizia incontra infatti una giovane prostituta nigeriana per dare l’opportunità al figlio di fare un’esperienza sessuale, pur essendo consapevole che il desiderio di affetto non può limitarsi ad un momento fugace. Una delle cose che mi ha colpito di più, e allo stesso tempo straziato, è la meraviglia di questa madre quando il suo ragazzo la ringrazia per quello che fa, mentre lei è convinta che tutto ciò che il figlio riceve sia un suo diritto. L’impresa di Patrizia è anche fisica e non sempre riesce ad essere all’altezza della situazione. Quando si arrabbia è per fragilità, ma non demorde e questa sua apparente contraddizione la rende grande. Se sbaglia, è perché è umana, ma Giorgio deve a lei se ha potuto entrare in un ambiente culturale elevato, dove è riuscito ad esprimere il suo talento musicale e a far parte di progetti sperimentali di altissimo livello.

Che cosa ha vissuto mentre girava i documentari?
Umanamente parlando è stato molto bello. Ho girato a Napoli le storie di Giorgio e di Giuseppe, mentre Pietro ha lavorato al Nord, tra Parma, Ferrara e Mantova, con Valentina e Matteo. Entrambi abbiamo però incontrato tutti i protagonisti dei documentari e sul piano autorale abbiamo lavorato insieme dall’inizio di questa esperienza. Conoscere ognuno di loro mi ha aperto un mondo che non conoscevo nella vita quotidiana. È stato un percorso di crescita per me. Prima di parlare con Matteo ed Anna, non mi ero mai soffermata sul tema dell’assistenza sessuale, che non è di facile accettazione sia a livello di società civile, sia all’interno del mondo stesso della disabilità. Ci sono però situazioni dove forse il lovegiver è l’unica possibilità di sperimentare il proprio corpo e la relazione con un altro corpo. Matteo, che ha accettato di essere il primo assistito di Anna, sostiene la figura dell’assistente sessuale e vuole che venga introdotta anche in Italia – come già accade in altre parti d’Europa – pur sapendo che non è la relazione a cui aspira, ma di cui ha bisogno per un approccio che lo renda più sicuro prima di affrontare il mondo esterno.

– Crede che la normativa vigente sia inadeguata?
La legge sull’assistenza sessuale ai disabili ancora non c’è. Esiste soltanto un disegno presentato nel 2014 dal Comitato LoveGiver di Massimiliano Ulivieri, che attualmente sta cercando di riportare su questo tema l’interesse del Governo e, in particolare, del Ministero delle Pari Opportunità e di quello della Famiglia e della Disabilità. Alla conferenza stampa di presentazione de “Il corpo dell’amore” sono intervenuti i Sottosegretari di entrambi i Ministeri, che hanno dichiarato l’interesse a riportare il disegno all’attenzione del Parlamento. Al momento però non c’è nulla di formalizzato. Personalmente ritengo corretto proseguire questa battaglia all’interno della società italiana perché rappresenta una delle tante priorità nell’ambito di un enorme lavoro sul piano dei diritti di chi non è sufficientemente tutelato, a cominciare dalle donne e dai minori. La strada da fare è ancora tanta.

– Perché il sesso continua ad essere un tabù per chi ha un handicap e non solo?
Non voglio essere banale, ma l’Italia patisce una millenaria presenza della Chiesa. Noi siamo un paese cattolico e con una cultura che ormai fa parte del nostro background. L’altro aspetto che desidero sottolineare è che ciascuno di noi, al di là del suo credo religioso, è libero di comportarsi come crede, mentre lo Stato laico in cui viviamo non dovrebbe imporre una sola dottrina. A mio parere, la formazione di un individuo dipende, negli anni dell’infanzia, in gran parte dalla famiglia, ma successivamente dovrebbe essere l’istituzione scolastica a garantire un’educazione laica, compresa la sessualità.

– Crede che la televisione, a cominciare da quella di servizio pubblico, dovrebbe dedicare maggiore spazio a temi come questi?
Io non finirò mai di ringraziare RAI3 perché ha fatto esattamente quello che il servizio pubblico è tenuto a fare. Per questo pago volentieri il canone.

– Lavorerà ancora su questo tema?
Io e Pietro Balla stiamo ragionando sul 2020 con il Vice direttore di RAI3, Giovanni Anversa che, insieme al Direttore Stefano Coletta, ha creduto moltissimo in questa produzione. E noi siamo loro molto grati. Si è trattato, come ha detto lo stesso Anversa, di una impresa pionieristica per l’originalità e la peculiarità del racconto.

– Per concludere, tornando al punto da cui siamo partiti, la Fondazione dell’ANMIL “Sosteniamoli subito” ha fatto sua la battaglia per la libertà sessuale delle persone con handicap. Come vede la sinergia con chi opera nel sociale?
Io la vedo benissimo. Tutti gli interlocutori della società civile e del terzo settore dovrebbero fare rete. La cosa più importante è uscire dalla medicalizzazione del corpo disabile. Questa forse è la chiave che dovrebbe essere utilizzata perché purtroppo, in base alle testimonianze che abbiamo raccolto, i corpi dei disabili sono sempre oggetto di manipolazione e non vengono accarezzati, se non da una madre o da un familiare. Occorre invece entrare in una dinamica diversa, che esuli dalle cure mediche, fisioterapiche, funzionali. Soltanto così sarà possibile consentire la completa espressione psicofisica di una persona con handicap. Tutti abbiamo diritto alla sessualità e, se per la maggior parte dei normodotati, si tratta di una relazione scontata, per i portatori di handicap non è semplice poter disporre del proprio corpo. E se è vero che la relazione affettiva può rappresentare per tutti una difficoltà, per chi ha problemi motori, o peggio ancora cognitivi, risulta impossibile sperimentare la sessualità. Tutto questo si complica ulteriormente essendo subordinato al concetto di autonomia che, a detta degli esperti, è il vero convitato di pietra ed è legato a filo doppio con la paura del “Dopo di noi”, di chi cioè si prenderà cura in futuro della persona disabile. Sono tanti gli interrogativi che restano aperti e in attesa di risposte.

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