Il retroscena dei migranti e il ruolo sociale della comunicazione per creare un’etica rispettosa del valore delle persone. Un ruolo svolto anche dall’ANMIL

Ricomincia dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica il dibattito a più voci sul capitale culturale delle migrazioni contenuto nell’ultimo numero della Rivista “Costellazioni”, presentata nella suggestiva cornice dell’Orto Botanico della Sapienza di Roma. Queste le parole di Sergio Mattarella, affidate alla lettura dell’attore, amico dell’ANMIL, Franco Trevisi: “Rifiutare l’astio e l’intolleranza che creano ostilità e timore. La sicurezza è condizione di un’esistenza serena. Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune”. Una condizione che è stata messa seriamente in discussione da una fake news gigantesca, quella della sopravvalutazione del numero dei migranti, che oscura il dolore delle persone. La pensa così il professor Mario Morcellini, consigliere alla Comunicazione della Sapienza e Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che ha introdotto i contenuti della rivista – di cui è curatore – muovendo dalla considerazione che la sicurezza è stata rovinata dalla comunicazione e che soltanto una nuova comunicazione potrà salvarla. A tu per tu, nell’intervista che ci ha concesso a latere dell’iniziativa, ha avuto parole di plauso per il ruolo sociale svolto dall’ANMIL: “Quello che state facendo – ha detto – va in questa direzione”. E allora ripartiamo proprio da qui, dal valore sociale della comunicazione e da quanto possiamo fare anche noi giornalisti per creare un’etica che sia rispettosa del valore dell’uomo. 

– Professor Morcellini, una laurea in Comunicazione che tipo di formazione e che sbocchi occupazionali offre? Ritiene che le materie del Corso siano in linea con le richieste del mercato? 
Premetto che è una laurea che si è rivelata flessibilizzante per gli studenti, che si sono dimostrati delle piccole sorprese perché si adattano a professioni mutevoli nel tempo. Non so neppure dire se, quando abbiamo progettato questa laurea, noi eravamo bravi come loro! Quindi l’idea di un curriculum, a basso tasso di ortodossia e ad alto tasso di affinità con il mercato delle professioni, si è rivelata una scelta modernissima. C’è ancora molto da fare, non lo nego. Non a caso ho chiesto al Ministro una nuova Commissione ministeriale perché abbiamo compiuto 25 anni e in un quarto di secolo un curriculum invecchia, come tutti gli altri. Anzi, forse più degli altri, perché la comunicazione corre più veloce degli altri campi della società e della scienza. Il secondo aspetto della laurea in Comunicazione è l’incredibile capacità di assecondare le professioni legate al mondo dell’informatica e delle nuove reti. La maggior parte dei primi content provider vengono da Comunicazione ed è una bella prova di capacità. Certo, le criticità non mancano in questo curriculum, a cominciare dal fatto che l’Università non si apre volentieri ai corsi nuovi perché, se da un lato ne auspica l’istituzione, non è altrettanto brava a rafforzarla in termini di risorse economiche. Pertanto sono abbastanza ottimista sul mercato del lavoro, anche se ovviamente una continua capacità di innovazione renderebbe più frizzante il Corso.

– Tra comunicazione e giornalismo, che relazione esiste? E qual è la responsabilità sociale di chi fa informazione, a cominciare da quella del servizio pubblico?
Parliamo di un rapporto che dipende in parte dall’Università e in parte dall’Ordine dei Giornalisti, tenendo anche conto dei modesti rapporti della politica italiana con la formazione giornalistica. Va detto che Comunicazione non è l’unico curriculum che abilita a studiare giornalismo, anche se, tra quelli esistenti, è il meno lontano, seguito da Lettere e dal Dams. Non posso dire che i corsi di Comunicazione si siano aperti con intelligenza perché gli studenti di giornalismo, a causa della crisi del settore, stanno diminuendo molto e quindi le università pensano cinicamente che non esista un mercato. Secondo il mio punto di vista – anche in considerazione del fatto che sono stato quello che più ha lavorato con il Ministero dell’Istruzione per il Master di giornalismo – oggi non esiste la necessità di una formazione di tipo universitario, se non nel senso essere noi i protagonisti dell’aggiornamento. Un percorso che per i giornalisti è importante quasi quanto l’inizializzazione. Per questo credo che collocheremo la Sapienza, nella speranza di riuscirci, sul mercato della formazione continua. 

– Come vede il giornalismo nel presente-futuro tra i media tradizionali e i nuovi social?
Direi che il nodo più grosso è come far vivere un minimo di pacchetti valoriali nel rispetto della verità, del pluralismo, di un’equa rappresentazione della realtà che non sia falsata dalle proprie ideologie. Siamo di fronte ad un dramma perché il digitale consente abbreviazioni, polarizzazioni, forme di linguaggi violenti che rendono l’esercizio del giornalismo un’impresa troppo costosa e troppo faticosa per i tempi moderni. È come se i giornalisti di oggi pensassero che ormai se la possono cavare con quattro banalità, che prendono in rete e che non è detto siano organizzate, sequenziali, logiche, vere. Anche se può sembrare incredibile, al tempo delle tecnologie, nasce la disinformazione di massa e allora significa che non è vero che le tecnologie di per sè garantiscono la trasparenza. Questa battaglia è molto complessa. Qui serve una politica attenta ad un nuovo progetto di società che non vedo in giro. Ma è pure vero che, sotto questo aspetto, anche le politiche del passato sono state inesistenti. Ci volevano riforme dell’Ordine, riforme che avvicinassero formazione e università, ben prima di oggi. Adesso dobbiamo rincorrere l’emergenza. Per esempio, quello che l’Autorità delle Comunicazioni sta facendo, è un gigantesco lavoro di analisi della disinformazione, grazie al quale siamo anche riusciti a scoprire come funzionano le fake news, a cominciare dalla rapidità con cui spariscono. Diciamo che l’AGCOM è un bel fortino di ricerca sulla disinformazione, ma l’Ordine deve diventare più forte, nel senso di imporre una sua linea formativa a chi sta dentro il tempio del giornalismo. 

– In tante occasioni lei ha difeso i giovani e la loro voglia di fare. Dunque la pigrizia risiede più nelle generazioni che li hanno preceduti? 
Voglio dire di più. I laureati sono sempre una sorpresa sconvolgente e anche quelli modesti, nel giorno della laurea, danno risultati significativi, dimostrando che il curriculum serve, costruisce soggettività e personalità culturale. Questo si vede anche nella scrittura dei testi e significa che scrivere ha un potere straordinario. Nessuno racconta le cose che i professori scoprono grazie alla loro esperienza. Basta aprire gli occhi per vedere ciò che fanno i giovani.  

– Lei ha partecipato quest’anno alla premiazione del concorso “Primi in sicurezza”, promosso dall’ANMIL per le scuole di ogni ordine e grado.  Che cosa pensa di questa iniziativa che ormai è arrivata alla 17esima edizione?
Non nascondo che mi ha molto entusiasmato, sia per il laboratorio di comunicazione che realizza, sia per la comunicazione proattiva che porta avanti. Molti anni fa, ho fatto con Maurizio Costanzo, ad Assisi, una iniziativa intitolata “L’anima della comunicazione”. Ebbene, ho visto riapparire quella giornata nella nostra Aula Magna. 

– Come si comunica la sicurezza ai giovani? 
Forse la sicurezza – che è stata rovinata dalla comunicazione – può essere salvata da una nuova comunicazione, tenendo anche conto dell’azione di questo Governo. E l’azione dell’ANMIL va proprio in questa direzione. 

– Venendo al tema di oggi, alle “Costellazioni” di cui si parla: “I migranti come capitale culturale. Oltre l’ideologia”. Quali sono i retroscena da approfondire? 
Premetto che siamo diventati così deboli moralmente da subire una fake news  gigantesca, quella della sopravvalutazione del numero dei migranti. Ed è sorprendente scoprire quanto siamo simili ai paesi dell’est europeo solo sotto il profilo del cinismo. Siamo ungheresi proprio là dove non dovremmo! I ricercatori italiani non hanno ancora capito nulla del fenomeno dei migranti. Abbiamo lavorato molto sulla gestione e poco sull’inclusione. Mai come oggi, abbiamo visto nelle reazioni sociali un rancore che si manifesta con una facilità di espressione rispetto alla quale non riusciamo ad avere argomentazioni convincenti. C’è stato un abuso comunicativo sui migranti, senza il quale non ci sarebbe la governance attuale. Resta un problema al centro dei nostri studi perché, come minoranza culturale, non riusciamo ad essere una Università che si fa sentire nella società.  

– Anche i giornalisti hanno delle responsabilità nel veicolare le informazioni? 
Sui giornalisti che hanno cospirato per moltiplicare la visibilità pubblica dei migranti grava una forte responsabilità, che investe coloro che devono occuparsi di sicurezza, a cominciare dalle forze di polizia che devono lavorare anche sui retroscena, sul surplus ideologico. Aggiungo che sui social la vigliaccheria dell’anonimato fa la differenza. Nella cultura dominante non viene posto il problema che i politici dovrebbero essere più avanti della società. I migranti ci dicono quanto ci fidiamo dei nostri valori e la questione etica diventa fondamentale. Come possiamo continuare a vivere bene, se non siamo in pace con noi stessi? Gli aggettivi usati per i migranti sono gli stessi che gli americani usavano per gli italiani che andavano oltreoceano a cercare lavoro. E di questo non parlano i politici, che dicono “prima gli italiani”! La nostra società deve restare umana e per questo dobbiamo studiare i valori e mettere la cultura al centro, segnando discontinuità verso le politiche pubbliche, anche se sono vincenti. 

– Gran parte del lavoro nero passa attraverso il mondo dell’immigrazione. Come invertire questa tendenza, che ha anche forti ricadute sugli incidenti sul lavoro?
(Il professor Morcellini affida la risposta alla professoressa Lucia Boccacin, ordinario dei processi culturali e comunicativi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che è intervenuta al dibattito, ndr). 
Anche rispetto al fenomeno del lavoro nero, legato all’immigrazione, il taglio è di tipo culturale ed è sempre legato alla concezione antropologica. Intendo dire che, se si pensa di avere davanti una persona, allora il tema del lavoro si pone in un contesto di dignità che evita percorsi al di fuori delle regole e del rispetto della vita umana. Il punto di partenza fondamentale, per vedere i fenomeni che affliggono la realtà contemporanea, è proprio quell’idea di persona, che sta alla base della costruzione della società e che può consentire processi di attribuzione di senso e percorsi culturali adeguati. Se non si tiene conto della dimensione umana e se si considerano unicamente il profitto e il tornaconto personale, il tema della relazione interpersonale – che poi diventa relazione sociale – non tiene conto del bene comune, che è patrimonio di tutti. Quindi, in questa prospettiva, anche il tema dell’immigrazione acquista un’altra caratterizzazione e può diventare un fattore propulsivo di innovazione, attraverso percorsi imprevedibili per cui la ricchezza dell’altro diventa la mia.

– Per quanto riguarda i valori e la politica, crede che ci sia un rapporto da ricostruire, a partire dai giovani che sono sempre più sfiduciati? 
Per quanto riguarda i valori assolutamente sì. E il primo modo per ricostruirli è parlarne, come facciamo oggi. Nessuno ha il coraggio di usare la parola valori, che è costitutiva dei rapporti tra le persone e del patto sociale. Quando diciamo “retroscena” intendiamo quello che c’è dietro la raffigurazione dei migranti che ci vengono mostrati e che non sono quelli veri. Dietro di loro ci sono dei valori. Se non togliamo la crosta della comunicazione, non scopriremo mai le persone con i loro valori e non scopriremo neanche i nostri. 

– Per concludere, una domanda a margine rispetto agli argomenti che abbiamo trattato. Che cosa pensa dei temi che sono stati scelti per gli esami di Maturità che si svolgono in questi giorni? 
Ho trovato molto moderni i temi di quest’anno, visto che ci si poteva aspettare qualunque cosa dal cosiddetto cambiamento, che a volte è più semantico che reale. Considero gli argomenti prescelti molto responsabili sul piano sociale e forse è la prima volta che sono pienamente soddisfatto anche dell’equilibrio tra i diversi argomenti e della sapiente cosmologia di interessi. Cito innanzitutto il tema su Bartali. Per non parlare di quello su Sciascia, di cui sono uno studioso. Il mio giudizio sulle scelte è assolutamente positivo.