Intervista al consulente ANMIL Sergio Mustica sulla cultura della sicurezza nella scuola

Un approfondimento sulla forza della testimonianza che, grazie all’ANMIL, sta cambiando la cultura della sicurezza nel Paese

 

Cambia la scala dei valori nel mondo della sicurezza. Per la prima volta la testimonianza delle vittime del lavoro viene riconosciuta da un’istituzione pubblica che introduce nella scuola una forma di narrazione che nasce dal vissuto. È questa la rivoluzione culturale che la Regione Toscana ha avviato con la firma del Protocollo, voluto dall’ANMIL, per sancire la collaborazione su un percorso formativo nelle scuole superiori. Il supervisore dell’intero progetto è Sergio Mustica, lo storico consulente dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro che segue, con il suo “Laboratorio delle Idee”, la formazione dei dirigenti dell’ANMIL e le attività formative nelle scuole di ogni ordine e grado. Tanti i progetti che si sono perfezionati nel tempo. 

– Quando ha preso il via la collaborazione con l’ANMIL? 

Il lavoro con l’ANMIL è incominciato una decina di anni fa. Il nostro impegno si è sempre concentrato sulla formazione, a cominciare da quella degli infortunati sul lavoro e dal loro inserimento sociale per ridare senso alla vita. Sono convinto che questa Associazione rappresenti un valore straordinario non solo per chi ha subito un incidente sul lavoro, ma anche per tutto il Paese. L’ANMIL è l’insieme di milioni di persone che, in 70 anni, hanno vissuto un dramma e costituiscono una sorta di memoria collettiva per vaccinare i lavoratori affinché non subiscano la stessa sorte. La sicurezza costa al Paese 40 miliardi all’anno e l’ANMIL può essere una risorsa. Sarebbe una manovra economica importantissima diminuire i costi degli infortuni anche soltanto del 20%  Il leitmotiv del mio pensiero è dunque riuscire a fare sì che questo valore dell’Associazione venga alla luce e diventi patrimonio di tutti, adulti e bambini. 

– Quali sono i principali progetti realizzati nel mondo della scuola?

Sono due: Silos per le scuole superiori e Icaro per le elementari. Siamo stati i primi a dire che la sicurezza non è una materia, ma va studiata all’interno delle singole discipline. Abbiamo creato oltre 500 unità didattiche sulle connessioni che esistono, nei programmi scolastici, con il tema della sicurezza. Per quanto riguarda le Superiori, un’altra innovazione è il patto d’onore, una sorta di giuramento che abbiamo inserito al posto dell’esame, in cui i giovani si impegnano di fronte alla scuola ad osservare i principi etici che la sicurezza rappresenta. Icaro è invece un progetto destinato alle scuole elementari per i ragazzi del terzo, quarto e quinto anno. L’iniziativa ruota attorno alla creazione di una serie di personaggi che fanno parte della famiglia “Sempreattenti” per sviluppare l’attenzione alla sicurezza, dalla preistoria sino all’attualità. Abbiamo anche ideato un apposito patentino da rilasciare ai bambini, alla fine delle scuole elementari, con tanto di timbro e firma dell’ANMIL. 

– La sicurezza si può insegnare fin dalle scuole materne? 

Certamente, come dimostra la sperimentazione che abbiamo fatto nelle scuole materne del Lazio. Con i bambini abbiamo utilizzato un video per migliorare, grazie al loro contributo, il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), andando al di là degli aspetti burocratici. È stato straordinario vedere come bambini, che ancora non sapevano leggere, siano stati in grado di proporre un’organizzazione diversa dell’aula in caso di evacuazione, come ad esempio durante un terremoto. L’esperienza che viene fatta in tenerissima età è destinata a durare nel tempo. Per questo credo che la sicurezza sia un pezzo della vita e non una materia. L’identità di una cultura insomma. 

– Tornando al Protocollo sottoscritto con la Regione Toscana, perché è importante questo documento?

È la prima prima volta che un’istituzione come la Regione Toscana, che coordina gli Assessorati al Lavoro di tutta Italia, comprende il valore della testimonianza di un infortunato per la formazione sulla sicurezza. Questo principio ha un valore strategico fondamentale perché riconosce che una preparazione burocratica e nozionistica non ha la forza di cambiare il modo di essere dei lavoratori di domani. Si afferma dunque il concetto che c’è bisogno di qualcosa in più che possa essere dato dall’esperienza e dalla capacità di trasferire ai ragazzi la cultura della sicurezza e non soltanto la nozione della sicurezza. Sono una decina gli obiettivi fissati per superare il concetto del “dovere” per arrivare ad un nuovo “modo di ragionare”. E adesso il Protocollo – siglato dal presidente regionale dell’ANMIL Vincenzo Municchi – è già operativo per concretizzare, da subito, il “saper essere ” della sicurezza attraverso il valore dell’esperienza di un infortunato.

– Il Protocollo si sviluppa in cinque articoli: qual è il filo conduttore? 

Il filo conduttore consiste nel riconoscere che una persona, che ha sperimentato sulla propria pelle un certo tipo di esperienza, può vaccinare altre persone con il suo racconto, che non è meramente narrativo, ma mette insieme il vissuto dall’infortunato e la sua reazione. Noi parliamo nello stesso tempo di sicurezza, ma anche di capacità di resilienza. Questo è importante per i giovani che possono provare, nel loro percorso di maturazione, sensazioni nuove. Aggiungo che, secondo la convenzione di Helsinki e un decreto ministeriale del MIUR, gli allievi delle scuole superiori devono sviluppare il loro percorso didattico non per materie, ma per competenze, all’interno delle quali c’è quella di agire in modo autonomo e responsabile. E sicuramente la scelta del Protocollo aiuta i giovani a maturare e ad essere responsabili dell’analisi del rischio non solo sul lavoro, ma anche nell’alimentazione, sulla strada e nel gioco con gli amici, per citare soltanto alcuni campi.

– Uscire dalla ripetitività burocratica di certe pratiche ed entrare nel vivo della materia sicurezza comporta dunque una consapevolezza diversa?

Certamente, perché – come vediamo negli obiettivi predisposti dall’ANMIL – la maturità che viene acquisita dai ragazzi si lega al fatto che la testimonianza comincia dal rapporto dell’infortunato con gli insegnanti per aiutarli ad incastonare questa esperienza in un un percorso empatico, che non viene più considerato una materia, ma una modalità per affrontare la realtà. I ragazzi possono quindi avere degli stimoli sulla sicurezza in tutte le materie. Da qui nasce una nuova consapevolezza. L’approccio che stiamo proponendo, attraverso la testimonianza, è quello di osservare l’analisi del rischio. Il testimone dell’ANMIL non si limita a raccontare la sua esperienza, ma propone il suo vissuto come una sorta di interruttore che illumina un mondo e consente ai ragazzi di decodificare la realtà attraverso una nuova consapevolezza. Ad esempio un giovane, che va a lavorare con la motocicletta, capisce che il fatto di cadere è legato anche ad un suo comportamento che si basa su elementi scientifici per cui, se affronta una curva in un certo modo, può finire a terra. Ecco perché materie come fisica, geometria e matematica possono essere viste come un contributo per comprendere meglio il concetto del rischio.  

– Che tipo di formazione è previsto per gli insegnanti perché possano formare a loro volta i ragazzi? 

L’ANMIL in questi anni, anche con i progetti Icaro e Silos, ha messo a punto una metodologia che unisce il valore emotivo della testimonianza ad un approccio nuovo che individua, nelle materie curricolari, spunti che facciano riflettere i ragazzi. L’Associazione è già intervenuta sui programmi del primo e del secondo anno delle scuole superiori e ha declinato vari argomenti sul tema della sicurezza, nell’ambito di numerose materie. Ne cito alcune: italiano, storia, lingua straniera, matematica, scienze, fisica, chimica, greco, latino, diritto, economia, geografica, storia dell’arte, musica, scienze motorie, informatica, educazione alla cittadinanza. L’ANMIL non introduce nuovi contenuti, ma un nuovo modo di analizzare le materie. Ad esempio, la novella Rosso Malpelo di Verga può essere letta come la storia di un ragazzo infortunato; le architetture del Brunelleschi possono essere viste come il frutto di un attento lavoro sulla sicurezza; la biologia dell’occhio può essere considerata come lo specchio del rischio che una persona corre lavorando al computer otto ore al giorno. La vera novità sta nel fatto che, fermo restando che la scuola debba rispettare rigorosamente i suoi programmi, vengono offerti stimoli che li rafforzano attraverso una lente diversa per guardare le cose. 

– Sul piano operativo che cosa cambierà nella cultura scolastica?

Concretamente, dal prossimo 6 maggio, in Toscana avvieremo una serie di corsi di formazione per docenti in cui anticiperemo la testimonianza e il metodo dell’ANMIL per aiutare gli insegnanti a contestualizzare l’esperienza che proponiamo, quando andremo insieme a loro nelle aule dei ragazzi. In base a questo Protocollo, la Regione Toscana ha infatti inserito le vittime del lavoro dell’ANMIL non solo come testimoni nelle scuole, ma anche come docenti nel percorso di formazione degli insegnanti sul tema della sicurezza. Il loro ruolo sarà proprio quello di utilizzare l’emozione che la testimonianza può portare per collegare le varie esperienze all’interno di una visione unitaria della sicurezza. Saranno cinque i testimoni che si susseguiranno nell’arco di un percorso quinquennale. Durante ogni anno, saranno inoltre proposti dagli insegnanti programmi che riprendano gli stimoli che i testimoni hanno suggerito. 

– Ci sono altri progetti in cantiere?  

Stiamo lavorando con l’ANMIL per diffondere il modello della Toscana in tutta Italia.  Siamo in trattativa per siglare Protocolli con le Regioni Calabria, Basilicata, Sicilia e Marche e presto si apriranno nuovi scenari sulla sicurezza, nel rapporto fra scuola e lavoro, in molte parti d’Italia. Parallelamente ci impegniamo per far sì che l’esperienza delle vittime del lavoro comporti una maggiore competenza trasversale che offra alle vittime stesse una nuova capacità relazionale per il loro ricollocamento nel mondo del lavoro.  

– Per concludere, ci può fare un bilancio della lunga collaborazione con l’ANMIL?

Ho conosciuto all’interno dell’Associazione tante persone straordinarie, alcune senza braccia e senza gambe, che hanno saputo reagire alla loro disgrazia e mi hanno aiutato a comprendere valori che hanno cambiato il mio modo di pensare. Tante di queste persone sono diventate amici fraterni e mi hanno aiutato a crescere. Essere consulente dell’ANMIL ha cambiato innanzitutto la mia visione della sicurezza e i valori della vita in cui credo. Ho scritto un libro sulla resilienza di chi ha subito un incidente sul lavoro e credo che questa cultura debba essere portata dappertutto, a cominciare dal mondo della scuola, al di là dei blocchi burocratici. In questa direzione l’ANMIL può svolgere un ruolo straordinario, superando una sicurezza di carta per acquisire una conoscenza della sicurezza. E proprio qui sta la differenza tra “sapere” e “saper essere”.