Intervista ad Antonio Lanzano, autore di un libro/racconto del suo infortunio sul lavoro

“Il mistero dell’amicizia. L’amicizia di Mistero” : il racconto dell’infortunio sul lavoro che lo ha reso invalido al 100%

Voleva fare il vigile del fuoco, ma il sogno si è infranto, a quindici minuti dalla fine del turno di lavoro, in un’azienda metallurgica di Napoli. La manica della sua tuta è rimasta impigliata in un ingranaggio della macchina e lui è stato risucchiato dall’albero motore che lo ha massacrato dalla testa ai piedi. Di quel tragico momento non ricorda altro e ancora oggi cammina a stento e ha dolori alle braccia e alle gambe che non gli danno tregua. E da quel giorno del 1973, quando aveva 22 anni, soltanto adesso Antonio Lanzano ha trovato la forza di raccontare la sua storia. E lo ha fatto scrivendo un libro “Il mistero dell’amicizia. L’amicizia di Mistero”, appena dato alle stampe da Youcanprint, in cui tutte le pagine, dalla prima all’ultima – come lui stesso dice – hanno la risposta ad ogni eventuale domanda. Ed è tanto vero che anch’io, pur avendolo intervistato quando non avevo ancora il libro in mano, ho ritrovato, pagina dopo pagina, tutte le risposte alle mie domande. Per questo ho deciso di riprendere dal testo e di riportare in corsivo i pensieri di questo autore, grande invalido del lavoro e iscritto all’ANMIL dal 1974, un anno dopo il tragico incidente che ha segnato la sua seconda data di nascita: il 1973. Perché, fino ad allora, tutto quello che gli era accaduto riguardava un’altra vita. E non a caso la biografia di Antonio Lanzano è scritta in terza persona. 

– Perché questo titolo? 
Quando parlo del mistero dell’amicizia, la parola mistero è utilizzata per indicare il  fascino dell’incomprensibile, mentre quando parlo dell’amicizia di Mistero, faccio riferimento allo pseudonimo che utilizzavo quando, durante il lungo ricovero in ospedale a Cortina d’Ampezzo, mi divertivo a comunicare con il mondo grazie ad una radiotrasmittente che mi ha fatto incontrare tante amicizie, tra cui una in particolare, che ho chiamato “Goccia di mare” in omaggio all’amore per la mia napoletanità. In tutto ho attraversato 664 giorni di degenza, di cui 270 lontano mille chilometri dai miei affetti.

– Chi era Goccia di mare? 
Per Mistero quell’incontro fu come un’onda fresca del mare sul suo corpo accaldato proprio da quell’euforia e provocò brividi come quelli infiniti della vita che a dir poco è meravigliosa. Cominciarono quei momenti in cui si riconosce e si scopre di possedere capacità che non si sapeva di avere. Quella ragazza insomma, ricoverata al terzo piano dello stesso ospedale in cui si trovava Mistero, era il riflesso di una delle altre identità con immagini positive che l’avrebbero distolto da quei pensieri che lo deprimevano per sollevarsi dal peso della sofferenza, trasformando le incertezze e la paura in risorse.

– Ci parli del valore dell’amicizia per una persona infortunata? 
Un’amicizia, come quella di Goccia di mare e Mistero, è difficile, ma non impossibile. Riuscì ad impegnare le mie orecchie, ascoltando una nuova melodia, distraendomi dal guardare le ferite del corpo e al tempo stesso tacitando le urla dell’anima. Ho perso per sempre slancio e agilità, ma ho guadagnato in sensibilità dell’animo. Quell’amicizia è stata davvero in grado di aiutarmi a superare tutto, anche la distanza dai miei affetti. Fu grazie a questo nuovo sentimento che Mistero si convinse di avere la capacità di affrontare la realtà con nuova energia, coraggio e lungimiranza per raggiungere al più presto la meta della guarigione e della realizzazione dei sogni più arditi. 

–  Nel romanzo lei dice che anche un’esperienza drammatica può aiutare a imparare qualcosa. Lei che cosa ha imparato? 
Soprattutto, quello che emerge dalle pagine di questa storia è: quanti tipi di amore ci sono, quali effetti hanno sugli affetti e fin dove si spinge il risvolto solidale di persone che volontariamente sostengono altre persone da simili, in un un unico senso di fratellanza. E proprio quando Mistero aveva perso la mappa del suo essere, sempre più ospiti (dell’ospedale di Cortina d’Ampezzo, ndr) si conoscevano fra loro e conoscendosi trovarono la tecnica per rendere più piacevole lo stare insieme. Nacquero nuove e forti amicizie: si respirava aria nuova nella struttura, a volte ci si dimenticava addirittura di essere in un luogo di sofferenza a patire. I traumi e il dolore che si incontrano non sono verdetti inappellabili, o una sconfitta ma un momento per tirar fuori più forza e più voglia di reagire e vivere, senza meccanismi di gesti essenziali, ma con la mente e il cuore, perciò ribellarsi ai verdetti della vita e reagire alle sconfitte si può: io l’ho fatto. E come ha detto il Cardinal Ravasi: “Anche una ferita dice qualcosa soprattutto quando è aperta”. 

– Che cosa l’ha aiutata ad uscire dal tunnel? 
Io vivo a luce spenta. E se questa macchina di persone che mi vogliono bene e mi stanno intorno si dovesse fermare, io ricomincerei a guardare il soffitto come una volta. La mattina non vedo l’ora di sedermi davanti al computer per guardare le news e passo così delle ore. Io non ho scritto soltanto questo libro, ma anche una mia biografia, oltre a proverbi napoletani e pensieri che annoto e che forse pubblicherò un giorno. L’incidente ha rotto i miei equilibri familiari, incidendo anche sulla mia vita privata. Ma io ho ricominciato e fra i tanti grazie, dico grazie a mia moglie Antonia, il mio 118, la mia croce rossa che amorevolmente è all’altezza dei miei bisogni e quotidianamente è gran parte di me. Con lei vivo da 44 anni.

– Quando ha capito che era riuscito a  passare dalla rabbia alla speranza? 
Non c’è un momento preciso in cui l’ho capito, ma posso dire da quando non ho più avuto bisogno di diversivi, come stare davanti alle scale per vedere chi passava e ho incominciato a fare discorsi che mettevano in secondo piano il mio stato fisico e morale. Da un certo momento in poi, non mi sono più sentito di peso nonostante la carrozzina, che ancora oggi mi accompagna. I miei amici mi portavano in giro ed ero io stesso ad organizzare le nostre giornate. 

– Nella lettera che ha scritto all’ANMIL, si definisce uno di noi in mezzo a voi. Che cosa ha voluto dire?  
Ho voluto dire che io sono uno qualunque. L’ho messo anche su Facebook. In due parole, Mistero ha scoperto che oltre all’io, esiste il noi. Siamo una famiglia perché condividiamo lo stesso percorso e l’ANMIL è la sede giusta per farlo. 

– Il 5 marzo di quest’anno, come riporta nel libro, lei è stato testimonial dell’INAIL, a Napoli, per il reinserimento della persone infortunate. Quanto è importante il valore della testimonianza? 
Posso dire che io sono la prova vivente di ciò che accade ad una persona che ha subito un infortunio. L’INAIL mi è sempre stata vicino perché, per noi vittime del lavoro, è una fatica enorme dover bussare alla porta di questo ente o di quell’altro per rivendicare i nostri diritti e spesso non otteniamo risposta. Io stesso ho commesso molti errori e sono stato anche mal consigliato, ma non ho mai perso la voglia di lavorare e di ricominciare. Per non parlare delle barriere architettoniche che sono sotto gli occhi di tutti. Formazione e prevenzione sono valori fondamentali da trasmettere, soprattutto ai giovani, perché non si trovino nelle nostre condizioni e non ripetano i nostri errori. All’origine di un incidente, come è accaduto a me, ci sono spesso un comportamento errato e un mal funzionamento della macchina che può essere scongiurato con una maggiore attenzione. 

– Sempre nella sua lettera, lei si è detto disponibile a dare suggerimenti all’ANMIL. Che cosa vorrebbe fare? 
Sono disposto a dare la mia testimonianza in una scuola, in una fabbrica, in qualunque posto mi venga chiesto. L’infortunio è come un terremoto e non si sa quando arriva e che cosa fa. Ma se noi ci facciamo trovare pronti, sicuramente fa meno danni. 

– Per concludere, tornando al libro, qual è la pagina più bella che ha scritto?  
Ogni pagina mi rappresenta e sono il padre di tutte. Ma se proprio dovessi scegliere, direi la Favolosa relazione tra la mancanza del particolar sapere e il pensiero. Purtroppo la mia maratona scolastica è durata poco e così, scrivendo e scrivendo, mi faccio compagnia e divento uno che scrive e quindi uno scrittore, nel senso più puro del termine. E aggiungo le parole che ho voluto mettere alla fine del libro: può non essere il capolavoro del secolo per chi lo legge. Lo è invece per chi l’ha scritto, immaginando con la napoletaneria, scrivendo con la napoletanità.