Un uomo, una fabbrica e una comunità sono i protagonisti del libro su di una vittima del lavoro

“Una storia vera d’amore e fabbrica” che lo ha fatto “innamorare”. È accaduto ad un giornalista di Radio Popolare, Alessandro Principe, che è stato conquistato dalla tragedia di Dino, un operaio della provincia piemontese che ha perso la vita il giorno dopo avere salvato la sua azienda. Una storia vera che si è subito trasformata in un romanzo-inchiesta, scritto in un lampo di soli trenta giorni.  “Una storia apparentemente piccola, confinata dal sistema mediatico nella cronaca locale, in realtà una storia grandissima. Esemplare” scrive il sociologo Marco Revelli nella prefazione del libro. Il racconto, edito da Round Robin, debutterà il 29 marzo alla Feltrinelli di Milano, in piazza Duomo e riporterà il tema delle vittime del lavoro al centro delle coscienze, non sempre attente ad un dramma che, ancora oggi, segna la vita di troppe persone. 

– Giornalismo sociale e impegno civile. Perché questa scelta?  
È una scelta dettata soprattutto dal luogo in cui mi sono trovato a fare il giornalista, Radio Popolare, dove i temi sociali legati al lavoro sono da sempre in primo piano. Da qui il mio interesse, che si è subito trasformato in impegno, per un modo di fare giornalismo che cerca di raccontare la vita e i problemi delle persone, anche quando si tratta di scoprire realtà poco conosciute, ma sempre belle e importanti. 

– Perché hai scelto il romanzo-inchiesta per raccontare una storia vera, che è al tempo stesso una vicenda simbolo? 
Anche qui sono state le circostanze a favorire la mia scelta: io cercavo una notizia e ho trovato una storia. La notizia era quella della Giornata nazionale delle Vittime del Lavoro, nell’ottobre scorso: tre righe d’agenzia in cui si diceva che sarebbe stata consegnata una targa alla moglie di un operaio morto dopo avere salvato la sua fabbrica. Una storia che mi ha subito colpito. E così ho cercato questa donna che abitava in un paesino della provincia di Cuneo. Ho lasciato il mio telefono alla segretaria della fabbrica, che mi ha risposto nonostante fosse domenica e il giorno dopo sono stato richiamato dalla signora, che mi ha rilasciato una piccola intervista. C’era una storia forte dietro questo fatto di cronaca. Una storia in cui lavoro, famiglia, comunità interagivano e, per assurdo,  erano talmente veri da sembrare finti. Per questo ho deciso di raccontarla. Si tratta di una vicenda che ha una portata emblematica perché mette insieme i temi della crisi economica, delle morti sul lavoro  e del coraggio di un gruppo di lavoratori che si rimettono in gioco. 

 

– Parliamo di “Riscatto”, che è anche il titolo del romanzo, o se preferisci di etica dei comportamenti. Che cosa ci insegna Dino, il tuo eroe del quotidiano?  
Bernardo Saglietto era una persona semplice, innamorata del suo lavoro, della sua famiglia, dei suoi amici e del suo paese, che lo vedeva impegnato in molte attività. Faceva il manutentore di macchinari ed era apprezzato da tutti perché non si tirava mai indietro. Per questo, quando l’azienda in cui lavorava ha dichiarato il fallimento, ha deciso di prendere in mano la situazione, radunando i pochi compagni disposti a dare vita ad una cooperativa. È questo uno dei punti clou del romanzo: Dino era da solo con tre lavoratori e l’appoggio esterno della moglie per cercare di racimolare i soldi necessari a rilevare l’azienda. Ma all’asta fallimentare – e qui c’è un altro colpo di scena – si è presentato all’improvviso un personaggio oscuro, che ho soprannominato “il milanese”, che ha rischiato di mandare all’aria i piani degli operai. La cronaca non ci ha consegnato la verità sulla scomparsa di questa figura, che si è ritirata senza un perché, in una sorta di notte dell’Innominato di manzoniana memoria. Quello che si è saputo è soltanto che Dino ha vinto la gara e che ha richiamato tutti gli operai che avevano lavorato con lui e che si erano ritirati. “Erano i suoi compagni – mi ha detto la moglie – sapevano fare il lavoro e lui si fidava di loro”. Insomma Dino aveva capito benissimo i motivi che avevano spinto i suoi compagni a prendere altre strade e che era lui l’eccezione. Questo il senso del riscatto di un uomo semplice, ma con una grande forza morale. 

– Attorno alla vicenda di Dino si muovono personaggi e fatti legati al lavoro, alla famiglia, alla solidarietà. C’è qualche aneddoto che ci puoi anticipare? 
Ci sono molte peripezie che Dino deve affrontare in questo racconto. Per esempio, la mattina in cui deve recarsi al Tribunale fallimentare, si trova davanti un metro di neve e si mette ugualmente in cammino con la busta in mano. E poi c’è il finale tragico: il 2 agosto 2017 Dino firma il passaggio di proprietà della fabbrica e diventa presidente della cooperativa a cui ha dato vita, tra l’entusiasmo del paese che lo festeggia come un eroe; il 3 agosto, il giorno dopo, Dino va al lavoro per controllare i macchinari, prima della chiusura estiva e resta schiacciato da una pressa, sotto gli occhi di un altro operaio che lo accompagna. Ma la fabbrica va avanti: la moglie, coprotagonista del libro e grandissima sostenitrice del marito, diventa presidente della cooperativa al posto di Dino e dice agli operai che il lavoro deve continuare perché Dino ci ha rimesso la vita e ora lei ha bisogno di loro. 

– Quanto un racconto come questo può aiutare a comprendere il momento storico che stiamo attraversando? 
A me colpisce il fatto che, negli ultimi anni, anche noi giornalisti tendiamo a prestare molta attenzione ai nuovi lavori legati al web e al precariato. Esiste però una realtà produttiva fatta di fabbrica, presente ancora in molte aree italiane, che resta ai margini dal racconto, come se fosse diventata meno attrattiva. Per questo ho ritenuto importante raccontare la storia di Dino perché rappresenta un esempio di etica del lavoro e di passione per ciò che si fa, che oggi spesso viene a mancare a causa delle frammentazione del lavoro stesso. Aggiungo che Dino era una persona ribelle che, all’età di 59 anni, non ha accettato il fallimento della sua fabbrica. Avrebbe potuto andare in prepensionamento o in cassa integrazione. E invece no. Lui non ha accettato il fatto che i “padroni” avessero sbagliato e ha affermato il principio “Noi sappiamo lavorare bene e non ci stiamo”. 

– Tu hai recentemente intervistato su Radio Popolare il Presidente dell’ANMIL, Franco Bettoni. Quanto può fare l’informazione per diffondere il tema delle vittime del lavoro?  
L’informazione può fare tantissimo perché contribuisce a modificare la percezione dei problemi. Con questo non voglio dire che sia possibile cambiare la realtà, ma penso che parlare frequentemente di un tema contribuisca a renderlo prioritario per chi ascolta. Spesso si parla di morti sul lavoro soltanto quando ci si trova di fronte ad una strage come quella della Thyssen. Ma penso che anche un solo morto meriti di fare notizia, perché non è soltanto un numero, ma una persona con una storia, come quella di Dino. Le vittime del lavoro, nel nostro Paese, ancora oggi rappresentano una strage continua e su questo i media posso fare molto. Raccontare le storie delle persone è importante, perché anche le scelte della politica seguono la percezione degli ascoltatori.

– Perché sono ancora così numerosi gli incidenti sul lavoro?
Non sono un esperto, ma mi richiamo a quanto dichiarato dal Presidente dell’ANMIL Bettoni. Sono tante le lacune che ancora oggi mettono a rischio la vita delle persone: la scarsa formazione dei lavoratori, la mancanza di investimenti sulla sicurezza nelle aziende, le troppe norme che non vengono applicate. 

– Tornando al romanzo, il filo che lega tutte le vicende che si intersecano è l’amore. Perché oggi è ancora importante parlare di amore?
Di questo parlo anche nel sottotitolo: “Una storia vera d’amore e fabbrica”. Perché, come dimostra la storia di Dino, l’amore è il motore che fa andare avanti le cose. Come ho già detto, Dino era un uomo innamorato del suo lavoro, del suo paese, della moglie e del figlio. Suonava la chitarra e costruiva i carri per la Pro Loco. In una parola, amava la vita. E io l’ho voluto sottolineare perché, anche se la storia si svolge tra bulloni, martelli e aste di tribunale, cioè in un contesto ben poco romantico, in realtà è una storia in cui la passione è un elemento fondamentale. 

– Oltre all’impegno sociale, tu ami anche la musica, da Vasco Rossi ai Beatles. Che cosa rappresenta per te? 
La musica per me è bellezza e mi consente di entrare in contatto con realtà diverse da quelle che attraversano il mio lavoro. È un modo per non rinchiudermi soltanto in un ambito, per spaziare al di là del mio impegno quotidiano. 

– Il tour delle presentazioni del libro comincerà il 29 marzo. Quali le prossime tappe? 
Dopo il debutto del 29 marzo alla Feltrinelli di Milano, in piazza Duomo, sarà la volta di Torino, il 5 aprile, nella sede del Consiglio Regionale e poi, la sera stessa, a Cavallermaggiore, il paese in provincia di Cuneo dove è ambientata la storia.