Un “alieno” ai vertici del paraciclimo. Il suo sogno è diventare campione del mondo.

Da Lecce a Novi Ligure per amore dell’handbike. Ricomincia da qui la vita di Alessandro Moscatello, un campione di ANMIL Sport Italia, che ha deciso di trasferirsi al nord per potersi allenare e partecipare alle competizioni. Lui si racconta così: “Sono un atleta molto bravo, uno dei più forti. Me lo dicono tutti, non sono vanitoso. Questo però per me  è solo l’inizio”. Dopo l’incidente sul lavoro che nel 2011 lo ha costretto a non camminare più, adesso il suo lavoro è invece quello di portare la bici su tre ruote per diventare, un giorno, campione del mondo. Intervisto Alessandro tra un allenamento e l’altro e quello che mi colpisce è il suo entusiasmo, la sua voglia di arrivare davanti a tutti. Pensava di giocare a calcetto quando poteva ancora correre e aveva comprato un paio di scarpette proprio una settimana prima di restare schiacciato dalla betonpompa che guidava per il trasporto del calcestruzzo. “Le ho regalate ad un amico – mi dice – perché adesso corro con i pedali”. Queste le sue generalità, così come gli piace declinarle: “Alessandro Moscatello, nato a Gallipoli il 15.4.1976, iscritto ad ANMIL Sport Italia, settore paraciclimo, categoria MH3, quella degli alieni, i più forti e io sono lì tra loro”. 

– Ricominciamo dal giorno dell’incidente. Che cosa è accaduto esattamente?  
Lavoravo in un’azienda del leccese a Taurisano, il mio comune di residenza, dove facevo il pompista di calcestruzzo. Premetto che quel giorno non dovevo neppure lavorare. Era un sabato e mi è stato chiesto di fare qualche ora di straordinario. Guidavo un camion per il trasporto del cemento, mai i tubi montati sulla pompa si sono ostruiti perché non erano a norma e, a causa della pressione, si sono staccati e mi sono arrivati in testa, scaraventandomi a terra dall’altezza di quattro metri. Tutti hanno pensato che fossi morto e mia madre, quando ha ricevuto al telefono la notizia, si è sentita male ed è stata ricoverata all’ospedale di Gallipoli, proprio lo stesso giorno del mio incidente. Un mese dopo è morta. Io invece non ero morto, ero andato in coma e sono stato trasportato in codice rosso all’ospedale di Lecce, dove sono rimasto per un mese e mezzo. Non sapevo ciò che era accaduto a mia madre. Durante la mia degenza, non potevo parlare  con nessuno e non capivo neppure che cosa fosse capitato a me. Quando mi sono svegliato non mi sono reso conto di essere stato operato alla schiena. Ma tutto era cambiato: non riuscivo a muovere le gambe e solo dopo nove mesi mi sono ricordato dell’incidente, che era una cosa ben diversa rispetto a quanto mi era stato riferito.  

– Quando è avvenuto l’incontro con ANMIL Sport e con il suo presidente Pierino Dainese?  
Durante il mio percorso di riabilitazione all’Unità Spinale di Montecatone di Imola, sono venuto a sapere dell’esistenza del Centro Protesi di Budrio e, grazie a Michela Gregoracci del Comitato Paralimpico Italiano, ho avuto il telefono del presidente di ANMIL Sport, Pierino Dainese, che ho contattato subito. Da qui ha preso il via il mio percorso: sono stato iscritto prima ad una società di Lecce, dove ho fatto l’avviamento e poi ho incominciato ad allenarmi con l’Associazione. Da due anni e mezzo mi sono trasferito a Novi Ligure, dove vivo adesso. È un luogo al centro di tutte le competizioni a cui partecipo: per arrivare a Milano occorre un’ora e mezza, a Padova tre ore, a Vicenza tre ore e mezza. Se da Lecce avessi dovuto andare a Padova o a Milano, per me sarebbe stato necessario un giorno di strada. 

– Da quanto tempo l’ingresso negli “alieni” del paraciclimo? 
Da quasi un anno perché, parlando con i campioni, mi ero reso conto di avere bisogno di un preparatore atletico e di un nutrizionista che mi dicessero quale percorso atletico e quali rinunce dovevo fare, dal bere al mangiare al divertimento. Si tratta di comportamenti che consentono ad uno sportivo di diventare un atleta vero e proprio. Se mi sono avvicinato al paraciclimo, un grande merito va anche ad Alex Zanardi e a Francesca Porcellato che, nel 2013, hanno fatto una dimostrazione con le loro bici, proprio nel centro di riabilitazione di Montecatone dove mi trovavo. Era ancora vivo il ricordo dei successi alle Paralimpiadi di Londra dell’anno prima e così ho deciso di andare anch’io sulle tre ruote. La mia vera attività sportiva risale però al 2016 e da circa un anno ho un preparatore atletico, Federico Sannelli, che è lo stesso di Paolo Cecchetto, il campione paralimpico del mondo. Ho scelto il top, anche se l’ho fatto a mie spese. 

– Quali sono i tuoi successi sportivi da ricordare? 
Ce ne sono tanti. Cito per tutti la maratona di Roma del 2017, dove sono arrivato primo assoluto e la maglia regionale del Lazio della mia categoria MH3. L’anno scorso sono stato il terzo assoluto nel giro d’Italia, a pochissimi punti da Roberto Brigo, che è arrivato secondo e da Vittorio Podestà, che ha vinto la maglia rosa. Insomma ero lì. Faccio talmente tante gare che non le ricordo neppure tutte. Quest’anno ha ricevuto il premio Welcome Castellania, voluto dalla famiglia di Fausto Coppi, per l’impegno nel paraciclimo. Un riconoscimento di cui sono molto orgoglioso. “E se non potrai correre e nemmeno camminare, ti insegnerò a volare”: cito le parole del cantautore Roberto Vecchioni, a conferma del fatto che i valori dello sport non hanno confini.

– Come si svolge la giornata tipo del paraciclista Alessandro Moscatello?
Mi alzo, faccio colazione e poi vado subito in bici. Gli allenamenti sono già prefissati dalla tabella giornaliera che mi manda il mio allenatore. Mediamente mi impegno da un’ora e mezza alle tre ore e mezza al giorno, domeniche e festivi compresi. Se piove, ho una bici su un rullo che mi permette di pedalare al coperto, ma di solito giro su strada, sulle cosiddette strade dei campionissimi. Quando non mi alleno, o mi riposo o cerco di fare le altre cose, come stare con la mia compagna che non mi vede mai. Si chiama Daniela – ma io la chiamo Danina – siamo insieme da dieci mesi, mi segue nelle gare e mi sopporta. In vacanza andrò con lei e la mia bici, da cui non mi posso separare. 

– Che cosa ti ha tolto l’incidente e che cosa ti ha dato lo sport che prima non avevi? 
L’incidente mi ha cambiato tutto, dal mio stato fisico a quello mentale. Ma nello stesso tempo non mi ha abbattuto. Anzi. Prima di conoscere Zanardi e la Porcellato, il mio intento era quello di trovare un medico che mi potesse far camminare. Dopo avere completato le mie attività di fisioterapia nel centro di riabilitazione, andavo nella sala computer per vedere se esisteva un dottore che mi potesse rimettere in piedi. E quando una dottoressa mi ha detto che non avrei più potuto camminare, mi è scattata una molla per farle vedere che invece sarei stato capace di rimettermi in piedi. Purtroppo non c’è ancora un medico in grado di fare questo, nonostante la ricerca vada avanti e io mi tenga sempre informato. Però poi lo sport mi ha cambiato totalmente e mi ha dato tutto, a cominciare dalla libertà. Mi ha fatto insomma sentire normale. Vivere la competizione, mettersi di nuovo in gioco, affrontare l’altro non è facile. Così come non è facile allenarsi a ritmo continuo per mantenere un certo livello di prestazione. Ma una cosa mi è chiara e cioè che nello sport tutto è possibile, se si ha voglia di faticare. Una mattina mi sono addirittura svegliato pensando di poter camminare, ma quando sono sceso dal letto mi sono ribaltato. Per me, adesso, stare su una sedia a rotelle non è più difficile come un tempo: vivo da solo, sono autonomo al cento per cento e se vedo un gradino lo supero. Ho acquisito una forza psicologica e fisica che mi permette di guidare anche per mille chilometri senza fermarmi mai. E se sono così, devo dire grazie allo sport perché,  diversamente, tutto questo sarebbe stato impensabile. 

– Quali sono le tue prossime gare e i tuoi obiettivi sportivi?
La mia prossima gara sarà il 14 luglio, a Castel di Sangro, per il Giro d’Italia di Handbike, e cercherò di andare a prendermi la Maglia Rosa. Nelle ultime settimane ho rinunciato ad alcune competizioni perché ai campionati italiani, che si sono svolti il 22 e 23 giugno scorso a Marostica e a Bassano del Grappa, mi sono fatto male ad una spalla. A questo proposito, nei giorni scorsi ho incontrato Vittorio Podestà, che mi ha cambiato totalmente l’impostazione della bici. Anche lui si è detto sorpreso per la mia potenzialità e per l’esplosione che ho avuto in soli due anni di attività. Capita raramente di vedere un atleta che, in poco tempo, arriva a toccare l’apice dei cosiddetti alieni. Podestà mi ha configurato per bene la bici e adesso è lui l’uomo da battere. Io Io stimo tantissimo, come sportivo e come persona. Aggiungo che la mia società, ANMIL Sport Italia, è Campione d’Italia con tutta la squadra da quattro anni consecutivi. E anche quest’anno riconfermerà il titolo perché vanta già un ampio margine sulla seconda squadra. Adesso sono alla ricerca di uno sponsor perché il mio obiettivo personale è di diventare, un giorno, campione del mondo. Se la salute me lo consentirà.

– Se dovessi riavvolgere il nastro della tua vita e tornare indietro, che cosa non rifaresti? 
Rifarei tutto quello che ho fatto perché non ho sbagliato niente. Accetterei soltanto qualche invito in più perché mi sono reso conto che, nella vita, basta uno schiocco di dita e ti cambia tutto. Non vorrei rimpiangere di avere perso l’occasione di salutare un amico o un parente che desiderava passare un po’ di tempo con me. Anche sul lavoro rifarei quello che ho fatto perché non posso rimproverarmi niente. Ho eseguito quello che mi era stato insegnato. Prima dell’incidente ero un idolo nella mia azienda e, nonostante avessi soltanto 35 anni, mi chiamavano maestro. La mia giornata cominciava alle 5 del mattino e finiva alle 9 di sera. Conducevo una macchina che trasportava il cemento per fare le case e, se sbagliavo una manovra, rischiavo di far precipitare una persona da 40 metri di altezza. Non potevo bere, fumare e fare tardi la sera. Essere chiamato maestro mi metteva tanta voglia di lavorare. 

– C’è una domanda che non ti ho fatto e a cui vorresti rispondere?
Sì ce n’è una: che cosa mi manca in questo momento? Rispondo che mi mancano mia madre e mio padre. Non mi manca nient’altro anche perché – ti dico una cosa incredibile – sto meglio adesso da disabile che prima, quando ero normale. Secondo me la normalità non esiste, bisogna cercarla.