Il valore della diversità, dalle parole ai comportamenti, per un mondo inclusivo.
Parlare con Alessandra Morelli, Responsabile dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati-UNHCR in Niger, significa condividere con lei il poco tempo che le resta fra i conflitti ancora aperti e la protezione dei rifugiati e richiedenti asilo. Attendo il suo rientro a Niamey da una delle tante missioni che la tengono perennemente centrata sugli obiettivi del suo mandato. Con lei voglio “parlare di parole”, quelle che avvicinano le persone al di là delle differenze e che portano a creare spazi comuni che si trasformano in dialogo. È questo, nei fatti, il filo conduttore dell’impegno di Alessandra Morelli che, da 28 anni, lavora sull’inclusione e sull’accoglienza per trasformare le diverse culture in ricchezza. Una sfida quotidiana che l’ha anche vista vittima di un attentato: era il 13 febbraio del 2014 quando, nel pieno delle sue funzioni, è stata investita da un’autobomba. Sono le sei di sera quando riusciamo ad avviare l’intervista via Skype. Uno scambio che mi piace cominciare proprio dal significato della diversità.
– Dalla diversità della pelle a quella dell’handicap. Nessuno è straniero, neppure nella nostra realtà?
Io comincerei da una riflessione su quella che è la mia concezione della vita e dell’umanità nel senso che sono profondamente convinta che c’è soltanto una razza umana. Per questo il concetto di diversità, nel lavoro che svolgo, consiste nel fatto che mi occupo di persone e quindi di una umanità che si trova a vivere una difficoltà e viene messa alla prova da guerre e persecuzioni nei paesi di origine. I rifugiati e i richiedenti asilo sono una categoria molto particolare all’interno di questa nostra umanità. Per me diversità non significa che loro sono diversi da noi, ma che vivono una condizione umana diversa da quella della nostra quotidianità. Non c’è un “loro” e un “noi”, ma un “noi” globale, una condizione – come direbbe Bauman – a cui tutti siamo destinati perché apparteniamo alla stessa razza umana. Ecco perché, all’interno di questo “noi” sono molto importanti le parole che usiamo. Ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia che mi ha portato a vivere in paesi diversi sin dall’infanzia e questo ha fatto sì che io crescessi con la convinzione che siamo tutti uguali, ridiamo e soffriamo allo stesso modo, anche se amiamo cibi diversi. Ho nel mio Dna il senso di una comunità senza confini e la percezione dell’altro attraverso l’esperienza che ne faccio.
– Perché la diversità fa paura?
Premetto che la strategia della paura è uno degli strumenti che vengono maggiormente utilizzati per inibire le persone, soprattutto i civili nella vita quotidiana. Ho riflettuto tantissime volte sulla paura, essendo una donna che gestisce operazioni in zone a medio ed alto rischio e in tutta la mia carriera ho imparato a fare della paura un’alleata per non commettere sbagli quando prendo una decisione. Credo che, per superare le paure, siano le paure stesse a doversi incontrare. Mi riferisco alla paura di chi accoglie e alla paura di chi arriva. È necessario dare vita ad uno spazio virtuoso, come base della condizione umana. Se si demonizza la paura, allora si vede nell’altro un pericolo. Quando si ha a che fare con tragedie umane, non è l’industria della paura che crea la soluzione, ma bisogna avere il coraggio di mettere al centro la persona e la parola solidarietà diventa l’unica bussola.
– Di chi è la responsabilità della distanza che si viene a creare fra persone diverse e che cosa può fare ognuno di noi per superarla?
Penso che la responsabilità sia di ognuno di noi e che si esprima attraverso l’impegno di riconoscere nell’altro una parte di sè. Se non partiamo da questa base, allora diventa tutto più difficile. La responsabilità della politica è quella di usare le differenze come laboratorio per generare paura. La percezione di essere invasi conviene a determinate agende politiche che additano negli altri persone diverse da noi, ma non è alzando muri che si risolvono i problemi. La politica ha questa grande responsabilità e il buon governo dovrebbe essere quello di gestire i problemi e non di generare paure. Proprio perché l’incontro con l’altro deve diventare un’opportunità di ricchezza e non di scontro. In questa ottica l’obiettivo è quello di rendere i nuovi cittadini parte attiva di una trasformazione.
– Viviamo in una società in cui si perde sempre di più il concetto di cultura circolare legato alla condivisione e si cerca invece un modello verticale che accentua le differenze. Dunque sul piano dell’accoglienza stiamo facendo passi indietro?
Se pensiamo così, stiamo tornando indietro perché manca la volontà di costruire quello spazio comune, quella logica della condivisione e dell’esperienza dell’altro che diventano fonte di ricchezza. Quando parlo di condivisione non penso all’integrazione, un termine che considero superato, ma alla capacità di riconoscersi l’un l’altro. L’inclusione è quello spazio che dà la possibilità anche all’altro di sentirsi utile e capace di un processo di bene comune: l’unità nelle differenze perché ognuno deve poter mantenere la sua specificità, la sua diversità, qualunque essa sia – dal colore della pelle alla disabilità – come risorsa. Creare le paure e dire che la sopravvivenza avviene soltanto se ci chiudiamo in noi stessi, con l’unicità della nostra cultura e della nostra lingua, mi sembra pericoloso perché diventa sterile. Oggi il mondo è in movimento ed è chiamato a vivere l’inclusione. La storia viene fatta da chi cammina.
– Dunque il concetto di “altrove” non va rimosso, come vediamo invece fare tutti i giorni?
Io non lo rimuoverei, ma utilizzerei la parola “altrove” come uno spazio in cui anche io posso immergermi per comprendere che il mio modo di intendere o giudicare una situazione non è l’unico. L’altrove diventa un’opportunità di arricchimento delle mie prospettive che si allargano. L’altrove non isola, ma è un luogo dove io posso incamminarmi. In Italia stiamo vivendo l’altrove che viene da noi. E quindi non sono solo io che vado verso l’altrove, ma molte volte è l’altrove che viene da me. Tornando alla politica, spetta a chi ne detiene la responsabilità il dovere di mettere ciascuno nelle condizioni di crescere e di coltivare la propria condizione umana anche attraverso l’incontro con l’alterità. L’inclusione sociale è un atto coraggioso che porta a rimetterci in gioco e a recepire nuovi pensieri, ad abituarci a nuovi linguaggi, a costruire reciprocità. Penso sia questa la grande sfida e al tempo stesso l’augurio che faccio a tutti per il 2020.
– Che cosa possiamo imparare da coloro che sono diversi da noi?
Possiamo imparare moltissimo, a cominciare da ciò che li ha spinti ad arrivare da noi e dal fatto che esiste un mondo, fuori dal nostro spazio, che vive condizioni drammatiche e che ci spinge a coltivare una virtù essenziale per la democrazia umana, quella della solidarietà. Rodotà spiegava la solidarietà come la bussola che ci guida anche nel momento incerto, una virtù che aiuta a risolvere le crisi – lo vediamo in questi giorni con i conflitti che stanno scoppiando drammaticamente in varie parti del mondo (l’ultimo è l’attacco avvenuto nelle ultime ore, proprio in Niger, da parte di uomini armati ad un campo militare, ndr). Mi chiedo allora perché questa virtù essenziale per la condizione umana venga messa da parte, in un modo o in un altro. Ci stiamo snaturando?
– Tornando al linguaggio, dunque c’è bisogno di una nuova narrativa?
Viviamo in un periodo in cui bisogna tornare alle parole e ridare loro un sano significato in modo che non diventino muri, ma finestre. Il vero Dna delle parole dovrebbe essere una spinta che ci porta a comprendere e a convivere con realtà diverse. Questa è la vera forza delle parole che sono state date in dote all’umanità. Parole come spazio comune, parole che si trasformano in dialogo. È una battaglia culturale, una battaglia di tutti per superare il concetto che il diverso non merita uguale rispetto e dignità. Anche le parole contribuiscono a generare un circuito di sopraffazione, di antagonismo e di esclusione. Non possono essere questi gli ingredienti di una cultura matura.
– Quali sono i comportamenti da adottare per invertire questa tendenza?
Il pietismo e le immagini violente che entrano nelle nostre case non aiutano a capire, ma fanno chiudere le persone perché non sanno come comportarsi. Dobbiamo cercare di comprendere i nostri disagi per accettare qualcuno diverso da noi e restituirgli la dignità che spetta ad ogni uomo. E questo non ha niente a che vedere con una figura che deve essere per forza povera intellettualmente o portatrice di malattie o destinata a rubare il nostro spazio. La condizione di rifugiato potrebbe toccare a ciascuno di noi.
– Lei ha contribuito a scrivere testi di canzoni che parlano di persone costrette a fuggire. Pensa che anche la musica e la scrittura possano essere linguaggi che aiutano l’incontro?
Ho avuto l’opportunità di potermi esprimere, grazie ad Alessandro Broggi, Monica Cerri e Filadelfio Castro. Parlo di un gruppo di amici che mi hanno aiutato a trasmettere le emozioni anche attraverso un testo. È un po’ come se volessi andare alla ricerca degli elementi fondamentali che fanno parte del Dna umano: la parola e la condivisione. Per me vivere equivale a convivere perché “nessun uomo è un’isola” come diceva lo scrittore Thomas Merton. La musica e l’arte in generale sono modi per comunicare senza fare paura, per entrare nel cuore delle persone e per comprendere chi è questo altro che arriva da noi. Le stelle hanno sempre guidato l’umanità e, poiché vivo nel deserto, il cielo stellato è la naturale cornice del cammino di tante persone che non possono trovare nessun tipo di pace a casa loro perché è la casa stessa che le butta fuori, un po’ come accade a chi è vittima di un terremoto.
– Che cosa farà al termine del suo mandato in Niger?
Alla fine del 2020 scadono i miei tre anni di mandato in Niger e, al di là delle proposte disponibili all’interno dell’Organizzazione, desidero che i concetti che ho condiviso durante i miei 28 anni di impegno, e che ormai fanno profondamente parte di me, possano contribuire ad un cammino culturale nel nostro Paese. Vorrei soprattutto aiutare i giovani a crescere con la mondialità negli occhi e a non essere ostaggio della paura. Vorrei insomma contribuire a far sì che ogni persona fosse capace di fare le proprie scelte con consapevolezza. Per me questo è anche un modo di fare della buona politica: creare spazi condivisi per la crescita del bene comune perché, a mio avviso, “la vera politica deve essere basata sulle virtù umane da scoprire e fare proprie”, come d’altronde ci avrebbe ricordato Platone oggi.
(10 gennaio 2020)
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