Socio ANMIL della prima ora, adesso ha un nuovo obiettivo: fare il papà

Vittorio Podestà campione di tutto. Faccio fatica a seguirlo mentre snocciola la sequenza infinita di successi conquistati dal 2003 ad oggi, da quando cioè è scattata la scintilla per l’Handbike. In sintesi, questo super atleta ha totalizzato 6 medaglie olimpiche, 7 titoli mondiali, 4 argenti e 1 bronzo mondiale. E nella storia dell’handicap italiano è stato il primo a vincere un titolo mondiale e una medaglia olimpica. Ma come fa a ricordarseli tutti? “Sono ricordi indelebili” mi risponde senza esitazione. È stato lui a far conoscere ad Alex Zanardi la magia dell’Handbike e da quel momento hanno deciso di correre insieme. Ma ricominciamo dall’inizio della folgorante carriera di Vittorio Podestà.  

 

– Da ingegnere a campione del mondo. Come ha fatto? 
Grazie a tanta passione, gli obiettivi sono arrivati. Dopo il mondiale del 2007 sono entrato in crisi e mi sono sentito carico di responsabilità al punto che non ho più vinto un mondiale sino al 2013. La nuova svolta a Londra 2012, quando ho conosciuto l’allenatore con cui io e Alex abbiamo vinto tutto. E a Rio 2016 è andata benissimo con due medaglie d’oro, nella cronometro e nella staffetta con Luca Mazzone e Alex Zanardi. 

– Alex Zanardi, appunto, un rapporto che continua al di là dello sport?
Alex è un mio compagno di avventura. Io gli ho fatto un corso accelerato, quando ha deciso di debuttare alla maratona di New York e da quel momento in poi ci siamo supportati l’un l’altro. E soprattutto siamo diventati amici e ci siamo accorti di avere passioni comuni: siamo entrambi curiosi e desiderosi di trasmettere agli altri le nostre conoscenze. Lui non mi ha fatto diventare un pilota, ma posso dire che molta tecnologia c’è anche nell’Handbike. Lo stesso studio del mezzo fa parte della nostra passione. 

– Che cosa intende per studio del mezzo? 
Voglio dire che il mezzo deve essere preparato come il fisico e che il bello è la giusta combinazione fra tutti e due. L’Handbike si guida come una macchina, ma il motore siamo noi. Non per niente i nostri mezzi vengono realizzati dagli stessi tecnici che costruiscono le auto da corsa e la tecnologia che c’è dentro è la stessa della Formula 1. Ma anche noi ci abbiamo messo del nostro. 

– Qual è l’idea che lei ha sviluppato per l’Handbike?
Dico subito che l’Handbike è più bella della bici. Dopo essere diventato campione del mondo, ho deciso di sviluppare una mia idea. Prima di fare l’atleta, ho fatto l’ingegnere. Ho avuto l’incidente nel 2002, quando ero al lavoro. E ora continuo a fare l’ingegnere e a sviluppare le mie conoscenze. Sono un po’ progettista, un po’ collaudatore e un po’ porto i mezzi alla vittoria. Vincono anche i miei avversari ed è bello vedere vincere con qualcosa che ho progettato. È come se vincessi sempre, anche quando non vinco io. Fin da quando ero bambino, la bicicletta era di casa perché anche mio padre era un appassionato.

– Pensa che ciascuno di noi possa diventare un fenomeno? 
Non è necessario essere tutti campioni. Io sono diventato socio ANMIL dopo l’incidente e vado spesso nelle scuole a raccontare non soltanto la mia vicenda, ma a dire che lo sport è un modo per disciplinarsi e motivarsi. Porto ai ragazzi la testimonianza della mia prima e della mia seconda vita. E vengo anche chiamato da aziende per motivare dipendenti e manager. Il messaggio più importante che porto agli altri è come risollevarsi dopo un incidente. Anche a me, in un primo momento, è sembrata una impresa insormontabile, ma mi sbagliavo. Purtroppo nessuno me lo aveva fatto capire e ora mi sento in dovere di trasmettere alla persone il concetto che la disabilità non è la fine di tutto, ma un modo diverso di riscoprire la propria vita. Tutto dipende da noi, nessuno ci può regalare niente. Spesso gli stessi genitori, proprio perché ci vogliono bene, non danno i consigli giusti per aiutarci. Ognuno ha la sua storia, ma i punti fermi sono simili per tutti. Il problema non è soltanto fisico, ma psicologico. Ecco perché bisogna conoscere. Spesso alla non-conoscenza si associa la paura che ci blocca e non ci consente di capire. La via di uscita è proprio come gestire questa situazione, collaudare in prima persona, perché l’esperienza non ce la regala nessuno.

– Lei sta dicendo che, dopo l’incidente, ha potuto scoprire qualcosa che possedeva, ma che non aveva ancora tirato fuori?
L’agonismo è arrivato in modo naturale, ma dopo aver vinto il momento più difficile è stato continuare a vincere, trovare conferme. È stato allora che ho dovuto tirare fuori qualcosa di più, che pensavo di non avere. Scopriamo i talenti che possediamo nel momento in cui ne abbiamo bisogno. E così, dopo l’incidente, ce l’ho fatta. Spesso ci sminuiamo rispetto a tante cose. Troppa spavalderia non va bene, ma neppure una eccessiva sottovalutazione. 

– Quanto è importante il ruolo di associazioni come ANMIL Sport per diffondere le discipline paralimpiche e aiutare le persone a riappropriarsi della propria vita?
Come dicevo, ho aderito all’ANMIL appena ho subito l’incidente e sono ormai 10 anni che giro facendo incontri e conferenze, nelle scuole e nelle aziende, compatibilmente con l’attività di atleta agonista, che è diventata anche il mio lavoro. Per 10 mesi all’anno sono sempre sul pezzo. In tutto ho effettuato 14 anni di attività e 260 gare, in cui mia moglie Barbara mi ha sempre seguito, senza perdersene una. Abbiamo girato il mondo, dalla Cina, al Canada, al Brasile, senza fare i turisti.

– Quanto è stato importante l’aiuto della sua famiglia e dei suoi amici?
Ho conosciuto Barbara all’Unità Spinale di Sondalo, in provincia di Sondrio, dove lei faceva l’infermiera e io riabilitazione. Adesso fa parte della mia squadra ed è un elemento fondamentale dei miei successi. Gli attuali amici sono quelli dello sport, perché i vecchi amici non ho più tempo per frequentarli. Da due anni ho acquistato anche un camper per potermi spostare e allenare fuori dalla Liguria, dove le strade sono molto pericolose a causa del traffico.  

– La Gara di Marina di Massa segnerà il debutto della sua squadra. Una nuova avventura per lei?
THT è una squadra che ho fondato per una nuova sfida, che mi sono dato con 9 amici che gareggiano nelle discipline paralimpiche: 7 per l’Handbike, me compreso, un ciclista e un triciclo. Sono appena arrivate le nuove maglie bianco-celesti, come quelle dell’Entella, la squadra di calcio di Chiavari, la nostra città. I ragazzi non vedono l’ora di indossarle. Ogni piccolo cambiamento nella vita è un nuovo inizio, a cominciare dalle maglie. La cosa più importante è coltivare la passione, non dobbiamo avere velleità per forza. Nella mia squadra c’è un giovane atleta friulano, che potrebbe diventare in futuro il mio erede e gli auguro di vincere quanto ho vinto io. Per questo voglio trasmettergli tutta la mia esperienza. 

– E adesso che cosa c’è nel suo futuro?
Il mio prossimo obiettivo è quello di essere un buon padre. Io e Barbara stiamo aspettando una bambina. E così, dopo 14 anni di attività agonistica, lo sport passa per me in secondo piano. Ho paura, ma anche questa è una sfida. Altro che Olimpiadi!