Intervista a Marco Zambelli, Socio ANMIL che ha testato per primo la mano di Hannes

La mano robotica restituisce ad una vittima del lavoro la piena funzionalità.

Ritornare ad usare la mano destra, dopo avere delegato per una vita tutti i gesti quotidiani alla mano sinistra. È questa la grande rivoluzione di Marco Zambelli, iscritto all’ANMIL da quando, all’età di 15 anni, ha subito un incidente sul lavoro in un’azienda metalmeccanica. Originario di San’Agata Bolognese, oggi sessantaquattrenne, è lui il primo paziente che ha testato la protesi di Hannes, la nuova mano robotica che prende il nome dal suo inventore, Johannes Schmidl, che nel 1965 – quando ricopriva il ruolo di direttore tecnico del Centro Protesi INAIL di Vigorso di Budrio – progettò il primo arto artificiale, la cosiddetta “mano Ceca”. Il battesimo di questo arto bionico di ultima generazione è stato possibile grazie alla sinergia, avviata nel 2013, tra l’INAIL e l’Istituto Italiano Tecnologico, diretto da Roberto Cingolani. Si apre così una nuova frontiera della ricerca che utilizza l’intelligenza artificiale e sfrutta gli impulsi elettrici, provenienti dalla contrazione dei muscoli della parte residua dell’arto, per comandare i movimenti. Dalla teoria alla pratica. Abbiamo intervistato Marco Zambelli, ancora incredulo per le conquiste che, giorno dopo giorno, tornano ad arricchire la sua capacità d’azione. 

– Quando è incominciata la sua avventura robotica?
Nel 2014, quando sono stato coinvolto in un progetto di ricerca di INAIL e Istituto Italiano Tecnologico per la trasformazione di una mano robotica in una protesi. Ho frequentato il Centro Protesi di Vigorso di Budrio sin da quando ho subito l’incidente e in tutti questi anni ho avuto la possibilità di utilizzare molte protesi, con le quali però non riuscivo a fare la maggior parte delle cose ed ero perciò costretto ad utilizzare per lo più la mano sinistra. 

– Tanti anni, tante protesi, ma nessuna aveva realmente cambiato la sua vita? 
Consideravo le protesi soltanto un elemento estetico, che indossavo quando mi svegliavo e toglievo quando andavo a dormire. Ora invece il pensiero è cambiato e vivo un’evoluzione continua, che si traduce in una sfida giornaliera per ripristinare l’uso della mano destra. Il Centro di Vigorso di Budrio mi ha sempre chiesto di partecipare a piccoli progetti – verificare per esempio la sensibilità al calore della mano – ma soltanto nel 2015 il responsabile della ricerca, Emanuele Gruppioni, mi ha chiesto di partecipare a questo esperimento di derivazione robotica.

– Qual è stata la sua reazione quando per la prima volta ha fatto sua la mano di un umanoide? 
Devo dire che ho avuto una reazione immediatamente positiva perché, nonostante fossi consapevole di avere un arto robotizzato, per la prima volta dopo tanti anni ho provato la sensazione di ritrovare la mia mano perduta. Potevo finalmente muovere le falangi in modo naturale. E pensare che quel pezzo meccanico che mi era stato applicato era di colore nero e per la sua forma veniva scherzosamente chiamato “la padella”! Ma a me quella strana mano è piaciuta subito e l’ho sentita mia. 

– Quali sono le caratteristiche principali della sua nuova protesi? 
Tornare al 90% della funzionalità. E questa per me è una sfida quotidiana e mi chiedo: “Perché fare con la mano sinistra cose che adesso, grazie a questa protesi, posso fare con la mano destra?”. Sono consapevole che sto facendo un cammino verso la normalità e non ho più la  sensazione di avere un handicap. Non provo più vergogna, non cerco più di nascondermi, ma di vivere. Sì, di vivere perché questa è la parola di giusta. 

– Dunque è cambiato anche il suo modo di pensare? 
Certo, ma è proprio nella parola “vivere” che c’è tutta questa evoluzione. 

– Quante cose può fare che prima non faceva? 
La mia prima vittoria è stata mangiare con il coltello. Ma ho anche ripreso attività che prima non potevo più fare, come guidare e afferrare con sicurezza gli oggetti, persino quelli più piccoli. Ma la conquista principale di tutta questa esperienza è quella di essere tornato padrone delle mie attività, come se non avessi una protesi, ma una mano mia. Penso che una parte del mio cervello si fosse assopita, facendomi chiudere tutta una serie di cassetti che riguardavano l’uso della mano destra. Adesso li sto riaprendo piano piano, uno dopo l’altro ed è diventato naturale fare di nuovo tutto con la mano destra. 

– Qual è la cosa più bella che ha fatto? 
Quella che farò domani. 

– Ma questo arto robotico non la fa sentire un po’ “alieno”? 
Non mi sono mai sentito più umano di così. Le rispondo con una considerazione di una giornalista di una nota rivista scientifica sulla differenza tra un robot e un essere umano: “Tutti e due funzionano con un impulso elettrico inviato dal cervello. La differenza è che il primo è artificiale e il secondo no, ma il meccanismo è lo stesso”. Ebbene, questa frase mi ha fatto molto pensare. 

– La protesi di Hannes sarà in commercio dal 2019. Nel frattempo la sua sperimentazione continuerà? 
Ogni progetto si può sempre migliorare. Basta pensare all’evoluzione delle automobili per cui ogni modello supera il precedente. Per quanto mi riguarda sto contribuendo, grazie all’esperienza pratica, a suggerire nuove funzioni, come per esempio l’uso del pollice, che attualmente non è automatico, ma va comandato e la rotazione del polso, che è già in fase avanzata e sarà possibile in tempi brevi. 

– Per concludere, vuole inviare un messaggio alle vittime del lavoro che, come lei, hanno perso una mano?  
Vorrei dire loro di non avere paura a mettersi in gioco e di non avere dubbi a sperimentare forme nuove perché si tratta di un arricchimento enorme. A me la mano robotica ha cambiato la vita. E vorrei anche dire loro di dimenticare il discorso della disabilità e di concentrarsi sul recupero della funzionalità della mano.