La morte di Antonio resta ancora senza un perché. La lettera a Mattarella e le iniziative per ricordare il ragazzo di Potenza.

Non si rassegna Giusi Caggianese per la morte del fratello Antonio, avvenuta in un’azienda di Tito Scalo il 26 febbraio dell’anno scorso. Lei e la sua famiglia si battono, giorno dopo giorno, per ottenere giustizia. La sua determinazione ricorda tanto quella di un’altra giovane donna, Ilaria Cucchi, impegnata da anni in una battaglia diversa, ma ugualmente finalizzata a fare luce sulla morte del fratello Stefano. Anche per Giusi la prima sfida è quella di trovare il perché di una tragedia che poteva essere evitata, così come tante altre che colpiscono le vite dei lavoratori. Antonio aveva soltanto 27 anni quando è rimasto schiacciato da un macchinario di un’impresa per il trattamento dei rifiuti. Nella stessa azienda, soltanto qualche mese dopo, un altro operaio ha subito l’amputazione di una gamba a causa di un incidente. Non può essere un caso. La pensa così Giusi Caggianese, che ha fatto suo l’impegno per la sicurezza di tutti coloro che non vengono tutelati nei luoghi di lavoro. 

– Che cosa l’ha spinta ad impegnarsi in questa battaglia a sostegno delle vittime del lavoro? 
Al di là dell’affetto che mi lega a mio fratello, trovo terribilmente ingiusto restare vittima di un incidente quando non si fa nulla di male, ma si va soltanto a lavorare. La cosa che più mi ha spinto a buttarmi in questa vicenda è stata la riflessione che ho fatto sui morti sul lavoro in seguito alla morte di Antonio. Dopo la tragedia mi sono avvicinata ad un mondo che prima per me era sconosciuto. Sentivo al telegiornale la notizia di qualche incidente, soprattutto se si trattava di un fatto che coinvolgeva più persone e quindi faceva più scalpore, ma non pensavo che la situazione fosse così drammatica. Per questo mi sono chiesta, come familiare, se fosse il caso di combattere per far sì che questo fenomeno si riducesse, se non addirittura sparisse. E mi sono detta: “Io ci provo e chissà che la tragedia di Antonio non sia stata del tutto vana e possa servire a qualcosa”.

– Lei ha scritto, qualche mese fa, una lettera al Presidente della Repubblica Mattarella per raccontare il dramma di Antonio. Perché ha pensato di rivolgersi al Capo dello Stato?
Prima di arrivare a Mattarella avevo avuto contatti con il Prefetto, in quanto massimo rappresentante territoriale del Governo, con la speranza che in qualche modo si facesse portavoce delle mie richieste, ma così non è stato. Ho anche provato a coinvolgere l’ex ministro dell’Interno Salvini, in occasione della sua visita a Potenza e anche a lui ho consegnato una lettera in cui ho chiesto l’istituzione di un nuovo reato per punire in maniera più severa le imprese che si rendono colpevoli di incidenti come quello accaduto ad Antonio. Ritengo infatti assurdo che ci si limiti a parlare di omicidio colposo con pene ridotte, che poi vengono ulteriormente attenuate. Salvini mi ha fatto chiamare dal suo segretario che, a sua volta, mi ha detto che avrebbe fatto quanto in suo potere, ma che non mi prometteva nulla. Per queste ragioni ho deciso di scrivere al presidente Mattarella perché, secondo me, era importante che anche la massima autorità dello Stato italiano fosse a conoscenza di come avvengono certe tragedie legate, molto spesso, alla mancanza di sicurezza nelle aziende che, per risparmiare tempo e denaro, sacrificano le vite umane. 

– Si aspettava una risposta dal Presidente Mattarella?
Veramente no. Ho scritto la mia mail sul sito del Presidente della Repubblica, ma non  mi aspettavo nulla. Mai avrei immaginato che mi avrebbe risposto davvero. Sono stata molto soddisfatta delle sue parole che mi sono arrivate con una lettera vera e propria, a firma della professoressa Luisa Corazza, consulente del Capo dello Stato per le questioni di carattere sociale. Nel testo si legge: “Il Presidente della Repubblica ha letto con emozione la sua lettera e la ringrazia per averlo reso partecipe del dolore che sta vivendo per la perdita di suo fratello Antonio. Il fenomeno degli incidenti sul lavoro, questione essenziale per la civiltà del mondo della produzione e per la civiltà generale del nostro paese, è inaccettabile”. 

– Che cosa l’ha colpita di più nella risposta del Capo dello Stato? 
Mi ha colpito il fatto che il Presidente della Repubblica abbia definito “inaccettabile” la piaga degli incidenti sul lavoro. La lettera continua dicendo che si tratta di: “Tragedie che per la loro dimensione suscitano il clamore dei media e il coinvolgimento della opinione pubblica e confermano quanto sia cruciale la questione della prevenzione sui luoghi di lavoro. Importanti risposte sono già venute e stanno venendo da più parti, ma per contrastare con efficacia il drammatico tema occorrono un costante livello di attenzione e un forte impegno civile al fine di diffondere la più ampia consapevolezza della gravità del problema e di promuovere una comune cultura della sicurezza”.

– Come pensa di mettere la tragedia che ha colpito Antonio al servizio della collettività affinché altri non si trovino nella stessa situazione di suo fratello? 
Purtroppo ormai, per mio fratello, non mi resta molto da fare. Se ne è andato e non potrà tornare in nessun modo. L’unica speranza è di riuscire a fargli giustizia. Però, se il suo sacrifico potesse servire ad evitare che altre famiglie vivessero tragedie come la nostra, sarebbe un bel traguardo in memoria di Antonio. In casa non sono sola, perché anche mio padre e mia madre mi seguono e mi appoggiano in tutto quello che faccio.

– Lei ha anche intrapreso un iter legale. Come sta procedendo? 
L’udienza preliminare si è tenuta il 16 ottobre di quest’anno ed è stato disposto il rinvio al 15 gennaio del 2020. Quattro persone dovranno rispondere di omicidio colposo. Ma non è abbastanza perché io vorrei una pena esemplare. Dopo la morte di Antonio ho cercato, sul territorio di Potenza, qualche famiglia che avesse attraversato lo stesso dramma per potermi confrontare. Mi sono messa poi alla ricerca su Facebook e ho conosciuto familiari di altre parti d’Italia che avevano perso i loro cari prima della tragedia di mio fratello. Alcuni dei loro processi avevano concluso il primo grado ed erano arrivati al secondo grado di giudizio. Ma, stando a quello che ho potuto sentire, le condanne sono state di pochi mesi e al massimo di due anni con la relativa riduzione della pena. Alla fine dei conti, in galera non ci è andato nessuno. Non voglio generalizzare, ma considero riduttivo dare condanne del genere, soprattutto nel momento in cui si accerta la responsabilità da parte di un’azienda. Si tratta di omicidi a tutti gli effetti che, in mancanza di dispositivi di sicurezza e di procedure adeguate, potevano essere evitati. Intendo dire che, in casi come questi, il datore di lavoro consapevolmente ha messo a rischio la vita dei propri operai. 

– Continua il dialogo con le famiglie che si sono trovate nella sua condizione? 
Assolutamente sì. Ho scritto un capitolo sulla morte di mio fratello in un libro intitolato  “Il profumo dell’anice nero” a cura di Antonietta Meringola e Marianna Costa. Sono tante le storie raccolte in questo volume, tra le quali quella di una mamma, Marianna Viscardi, che ha perso la figlia Lisa, ingegnere edile morta sul lavoro. È venuta a Potenza per la presentazione del libro, che si è tenuta nel febbraio scorso, proprio in occasione dell’anniversario della morte di Antonio e con lei è nato un bellissimo rapporto. Chi meglio di una persona, che ha vissuto lo stesso dolore, è in grado di comprenderlo? Ma sono tante le famiglie che ho conosciuto e con cui ho un dialogo costante. È nato insomma un gruppo di solidarietà e di impegno per portare avanti iniziative comuni.

– In occasione del processo, l’ANMIL si è costituita parte civile. Come è avvenuto l’incontro con questa associazione? 
Sono stati proprio alcuni familiari di vittime del lavoro che mi hanno messo in contatto con l’ANMIL. Dopo la morte di Antonio avevo cercato appoggio presso alcune associazioni che operavano sul territorio di Potenza, ma nessuna poteva fare qualcosa. Soltanto l’Associazione delle Vittime della Strada si era offerta di darmi un aiuto, soprattutto dal punto di vista psicologico, visto il comune denominatore costituito dall’evento improvviso. Il supporto dell’ANMIL ha rafforzato la mia battaglia. Ho conosciuto la responsabile dell’Ufficio Stampa, Marinella De Maffutiis ed è stata lei che mi ha dato il contatto con l’avvocato Mariella Tritto, il legale che segue il processo di Antonio.

– Oltre al libro in cui si parla di Antonio, ci sono altre iniziative per ricordare suo fratello? 
Ci sono due murales. Uno è stato realizzato da noi familiari e da alcuni amici su una strada che porta a Potenza. È stato inaugurato il 30 maggio, in occasione della festa del Patrono San Gerardo, a cui Antonio era molto legato. Mio fratello teneva molto alla sua città, alla sua squadra di calcio e a tutte le feste che si svolgevano sul territorio. Un secondo murales è stato realizzato dagli amici nel rione dove Antonio era cresciuto e frequentava la sua comitiva. Mi hanno detto che volevano sentirlo più vicino. Tra le iniziative in cantiere, c’è poi una mostra itinerante dedicata a chi è morto sul lavoro, in cui ho chiesto di inserire anche l’immagine di mio fratello. È stata organizzata dall’Associazione Nazionale “Ruggero Toffolutti”, un ragazzo che ha perso la vita e che la madre Valeria ha voluto onorare nel nome di tanti caduti sul lavoro. 

– Che cosa si aspetta dal futuro? 
Spero che, dopo l’udienza preliminare del prossimo gennaio, si possa cominciare a fare chiarezza sulla morte di Antonio. Desidero capire se nell’impianto, in cui mio fratello lavorava, mancavano le condizioni di sicurezza e se l’incidente è avvenuto per cause prevedibili. Nessuno, fino ad oggi, ha potuto o ha voluto spiegare esattamente quello che è successo. Il giorno della tragedia, ci hanno chiamato per dirci che Antonio aveva avuto un incidente serio e, quando siamo arrivati, abbiamo trovato il carro funebre. A nulla sono valse le nostre domande. Soltanto il processo potrà darci le risposte.

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