Uso le protesi, ma soprattutto la testa: ecco il segreto del mio cambiamento. OCJO, secondo atto. La settimana scorsa abbiamo intervistato, su queste colonne, Bruzio Bisignano, autore ed attore dello spettacolo “per vivere e lavorare senza farsi male”, che sta girando mezza ItaliaE adesso è la volta di Flavio Frigè, un infortunato sul lavoro che, attraverso il teatro, è riuscito a “dimenticare” di avere perduto, su una impalcatura di un cantiere, due gambe ed un braccio. “Avevo soltanto 17 anni e tre mesi” tiene lui stesso a precisare. Sentiamo allora qual è il segreto di una vita spesa al servizio degli altri. 

– Come è avvenuto il suo incontro con Bruzio Bisignano e che cosa vi siete detti?
Considero Bruzio un grande amico e maestro. Ci siamo incontrati in una piccola ditta della provincia di Udine, dove lui teneva un corso sulla sicurezza ed io portavo la mia testimonianza di vittima del lavoro, come avevo già fatto in altre occasioni. Ma quello era evidentemente un incontro destinato a dare un nuovo corso alla mia vita.

– Da quanto tempo è socio dell’ANMIL e perché ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio degli altri?
Sono iscritto all’ANMIL da ben 37 anni, da quando cioè il 6 aprile del 1981 sono stato folgorato dalla corrente elettrica. Adesso di anni ne ho 54, ma il ricordo di quel giorno è indelebile. Lavoravo con un piccolo artigiano del mio paese ed ero stato assunto come apprendista fabbro meccanico. Ero salito su una struttura metallica, alta circa cinque metri e tenevo in mano una sbarra di ferro con la quale ho sfiorato i fili della corrente elettrica, che si trovavano sopra di me. Sono stato colpito da una scarica da 20.000 volt, che mi ha letteralmente bruciato dalla testa ai piedi. E nonostante i medici siano riusciti salvarmi la vita, mi hanno dovuto amputare entrambe le gambe sotto il ginocchio e l’avambraccio sinistro. Ho potuto recuperare in seguito la mano destra, che era rimasta semi paralizzata. È stata l’ANMIL di Udine a chiedermi di portare la mia testimonianza nelle scuole. Io, in un primo momento, non me la sentivo, ma la segretaria dell’Associazione mi ha quasi “obbligato”. E non è finita lì. Decisivo è stato successivamente l’incontro con Bruzio Bisignano, che mi ha voluto nel progetto OCJO, insieme ai Trigeminus, i bravissimi fratelli friulani. Il merito, se adesso sto facendo anche questa intervista con lei (la sottoscritta, ndr), è tutto loro. 

– Dalla vita alla scena. Che cosa prova a rappresentare se stesso di fronte ad un pubblico?
Provo prima di tutto una emozione fortissima, specialmente se ho di fronte dei ragazzi, perché mi rendo contro che, quando ho subito l’incidente, avevo la loro età. Ormai sono anni che porto in giro la mia testimonianza e ogni volta mi dico “oggi non mi emoziono più”. Ma ogni volta “ci casco” ed è un bene perché, se un giorno mi dovessi accorgere di fare una cosa forzata, smetterei immediatamente. Sento la responsabilità di quello che trasmetto e mi piace farlo perché mi rendo conto che è importante dire, soprattutto ai giovani, che a loro non deve accadere quello che è successo a me. È un grande sprone e voglio che le mie parole entrino nelle loro teste. Ho visto svenire anche operai robusti, durante il mio racconto, nel quale non risparmio neppure i particolari più crudi del mio dramma, a cominciare dal dolore allucinante che ho provato dopo l’incidente. Ma lo faccio di proposito per arrivare a convincere. Un tecnico della prevenzione una volta mi ha detto: “Flavio, dobbiamo andare in giro con il porto d’armi”. Traducendo: è come se io fossi un’arma vivente. Un po’ mi dispiace, ma è soltanto così che mi rendo conto di avere colto nel segno. 

– Quali sono i messaggi che lei trasmette durante lo spettacolo e che ritiene debbano diventare patrimonio di tutti i lavoratori?
La prima cosa che dico è che agli altri non deve accadere quello che è successo a me. E poi aggiungo di stare attenti, non soltanto sul lavoro, ma anche in strada e in casa. Ripeto continuamente di usare il cervello e di tenerlo sempre acceso perché basta una frazione di secondo per restare vittima di un incidente. Il mio intento è quello di alzare l’attenzione perché so che, specialmente i giovani, si sentono invincibili. Ma non è così. 

– Bruzio Bisignano racconta di non essersi accorto, la prima volta che l’ha incontrata, che lei aveva subito l’amputazione delle gambe, oltre a quella di un braccio. C’è un segreto per fare dimenticare agli altri di avere una menomazione? 
Posso dire che, negli anni, sono riuscito a migliorare molto la mia mobilità con l’aiuto di protesi avanzate. Però parte tutto dalla testa, perché tu puoi avere le protesi più sofisticate del momento, ma se non le accetti non vai da nessuna parte. Anche oggi, all’età di 54 anni, penso che posso continuare a migliorare: vado in palestra e in montagna. E cerco di tenermi sempre in allenamento con il fisico e la mente. Ricordo che, dopo avere subito l’incidente, ho pensato più volte al suicidio, perché non riuscivo a fare nulla di quello che facevo prima. Io giocavo a calcio e la mia vita di adolescente è stata completamente cancellata. Devo soprattutto ai miei genitori, e in particolare a mia madre, da cui dipendevo totalmente, se ho deciso di continuare a vivere e di incominciare la mia seconda vita. Perché la prima l’ho lasciata a 17 anni su quella tettoia. 

– Come è cambiata la sua vita da quando deciso di fare anche l’attore? 
Io non mi considero assolutamente un attore, sono un testimonial che porta in scena la sua esperienza di infortunato. Posso dire che la mia vita è cambiata in positivo perché è aumentata la mia autostima. Ricevo tanti complimenti, soprattuto dai ragazzi e questo mi dà tanta carica e ancora più voglia di vivere. È benzina per il motore e mi arriva una energia incredibile. 

– Quanto è importante andare nelle scuole per diffondere la cultura della prevenzione fra i giovani?
I ragazzi sono il nostro futuro e sono loro che devono cambiare la cultura della sicurezza, abbattendo il classico detto che “si è sempre fatto così” e riducendo tutto alla fatalità. Ma non è così perché il nostro destino lo scriviamo noi, sul lavoro e in casa, con i nostri comportamenti. Ecco l’importanza di parlare ai giovani, sperando che le nuove generazioni cambino il modo di pensare e indossino i dispositivi di protezione individuale sul lavoro. Ma non solo. Perché è anche importante non bere quando si ci mette alla guida e non assumere droghe. Il destino non c’entra, siamo noi a scrivere il nostro futuro.

– Lei racconta, sulla scena, che suo papà va ancora nel bosco con la motosega senza i calzoni anti taglio e che sua mamma accende la stufa con l’alcol. Quante difficoltà esistono per un cambiamento culturale su queste tematiche?
Ribadisco: basterebbe poco per cambiare, ma c’è ancora questa mentalità diffusa. Io la ritrovo  anche dentro casa. Mio padre, nonostante il figlio infortunato, non ha modificato il modo di lavorare e mia madre, quando accende la stufa con l’alcol, dice che lo fa perché “prende prima”. E non è semplice convincere i miei genitori che, se non cambiano i loro comportamenti, non basta stare attenti. 

– Con la consapevolezza di oggi c’è qualcosa che avrebbe potuto evitare, quando si è folgorato, e che non rifarebbe? 
Senz’altro. All’epoca del mio incidente, i ragazzini venivano mandati allo sbaraglio e non esistevano corsi sulla sicurezza. Adesso la cultura sta cambiando. Sarebbe bastato che io mi fossi guardato attorno e non sarei mai salito su una struttura in ferro, dove passavano fili di corrente a 20.000 volt. A volte purtroppo accade anche oggi, specialmente nelle piccole imprese, soprattutto artigiane e dove ancora non viene data la giusta importanza alla cultura della sicurezza. 

– Vuole inviare un messaggio a tutte le vittime del lavoro che non hanno ancora trovato la forza per rimettersi in gioco?
Ai colleghi di sfortuna, a tutti gli invalidi del lavoro, voglio dire – anche se può sembrare una frase scontata – di non arrendersi mai e di non vergognarsi. Succedeva anche a me, i primi tempi. E aggiungo che non dobbiamo considerarci persone inferiori e che non dobbiamo nasconderci perché non abbiamo niente di meno dei normodotati. Invito tutti coloro che hanno subito un infortunio a portare in giro la loro testimonianza, come faccio io. Purtroppo siamo ancora in pochi e sono consapevole che non è facile raccontare quanto ci è accaduto. Ma è fondamentale fare questo sforzo per evitare che accada agli altri quello che è successo a noi. Evitare anche un solo incidente è già tanto. È una vita salvata. Facciamo rete, soprattutto nelle scuole. E voglio concludere invitando anche i politici a fare, proprio nelle scuole, progetti educativi sulla sicurezza, nel lavoro e nella vita.