Intervista a Daniele Ciolli, protagonista del corto “senza…peccato” su sesso e disabilità

Handicap e impotenza non sono sinonimo. Per superare le barriere culturali occorre coraggio.

Daniele Ciolli, trent’anni fra un paio di mesi, racconta di essere nato sano e di avere camminato fino a quando la distrofia muscolare di Duchenne gli ha detto stop. Aveva undici anni, ma lui non si è affatto fermato. Vive da solo e si considera uno scrittore, anche se in questo momento della sua vita sta facendo l’attore. È lui il giovane in carrozzina che il regista Marco Toscani ha scelto per il cortometraggio “Senza…peccato” sul tema sesso e disabilità, fortemente voluto dalla Fondazione ANMIL Sosteniamoli Subito, che sarà ultimato tra una decina di giorni. Abbiamo recentemente intervistato Marco su queste colonne e adesso tocca a Daniele dirci come ha vissuto il ruolo di chi non si rassegna a perdere niente, ma proprio niente di quello che la vita può offrire.

– Perché ha deciso di fare questo corto?
Perché ho sempre considerato importante questo tema, innanzitutto per la mia vita. Il primo motivo è dunque personale perché io stesso mi sento coinvolto da questa problematica. Per vari motivi, ho avuto modo di entrare in contatto con il mondo della prostituzione e ho inoltre frequentato un paio di ragazze. Ho invece molti amici disabili che sono completamente bloccati. Andare con una prostituta non è semplice per tutti. 

– Che cosa ha vissuto mentre interpretava se stesso, e tanti altri come lei, in questo cortometraggio?
Mi sono sentito a mio agio perché, come ho detto subito al regista, mi sono visto proporre una situazione che ho vissuto realmente. Difficoltà, come quelle che si vedono nel video, esistono davvero. Mi riferisco al freddo, alla carrozzina che si blocca, alle batterie che finiscono: tutti imprevisti verosimili. Per me non è stato difficile calarmi nella parte. 

– Il messaggio più importante che il corto ha voluto trasmettere?
Uno innanzitutto e cioè che anche le persone disabili hanno desideri sessuali e  bisogno di affettività. Insomma voglio dire che ci siamo anche noi e che non siamo, come spesso veniamo considerati, angeli asessuati. L’obiettivo del corto è proprio questo: richiamare l’attenzione della società su un problema e cercare le modalità per aiutare le persone disabili. Nel corto non vengono date soluzioni e non si parla, ad esempio, di assistenti sessuali. Neppure la prostituzione può essere considerata una soluzione.  

– Perché il sesso ancora oggi è un tabù e non solo per chi ha un handicap?
Ricordo che fino all’inizio degli anni 90, prima della legge 104 del 92, l’handicap non era considerato un problema sociale e le persone disabili venivano tenute nascoste in casa dalle famiglie. I primi problemi, a cui si è cercato di dare soluzione, sono stati quelli dell’assistenza e del superamento delle barriere architettoniche. Argomenti importantissimi, ma le questioni da affrontare non sono soltanto queste. Molti pensano che le persone disabili siano impotenti, mentre dai dati risulta che per il 97% dei casi non è così. Io stesso faccio fatica a spiegare alle ragazze che impotenza e disabilità non sono la stessa cosa. Credo comunque che i tempi siano maturi per affrontare questo tema. Anche Marco Toscani già da molto tempo pensava di fare un lavoro del genere, ma ha capito che il momento giusto era questo. 

– Poter scegliere cambia tutto? Vale per il sesso, ma anche per prendere il caffè ad un bar senza trovarsi il bancone un metro sopra gli occhi?
Certo, sono tutte situazioni collegate dalla libertà di poter scegliere. Vale per le relazioni affettive, i rapporti sessuali e qualunque altra cosa. Parlare di amore in senso ampio vuol dire collegarsi agli altri temi perché anche le barriere architettoniche possono rappresentare degli ostacoli. In sintesi voglio dire che tutti dobbiamo avere le stesse opportunità, a cominciare dalla normalità che il quotidiano ci offre. 

– Perché crede che nella quotidianità sia così difficile far convivere chi ha un handicap con chi non ce l’ha. È un problema culturale?
Bisogna cambiare l’approccio, cominciando dai bambini. Io sono cresciuto con una amichetta, che era la figlia della mia assistente personale e che, stando a contatto con me, raccontava ai suoi coetanei di sapere qualcosa più di loro. Il punto di partenza è sempre culturale perché, ad esempio nella mia città, Piacenza, la maggior parte delle persone non è mai entrata in relazione con un disabile, a meno che non sia un familiare o un amico. Io frequento da sempre i pub e rifiuto la ghettizzazione. La disabilità dovrebbe essere vissuta come una caratteristica delle persone e questo approccio consentirebbe alle generazioni future di avere meno problemi. Ancora oggi invece sento dire che “quelli che non sono come te devono stare a casa loro”. E questo non vale soltanto per i disabili. 

– L’ANMIL pensa che anche chi fa comunicazione dovrebbe evitare di dare una informazione mirata sull’handicap, ma dovrebbe fare della diversità un elemento della nostra quotidianità. Che cosa pensa in proposito?
È fondamentale che i media, per l’importanza del loro ruolo, comincino a parlare di disabilità uscendo dai toni sensazionalistici. Non tutte le persone che hanno un handicap sono dei super eroi, come l’atleta che arriva primo alle Paralimpiadi o il ragazzo down che salva una persona che annega. La maggior parte dei disabili sono persone normali che vivono una vita normale. Del resto i media riflettono la società e la società si riflette nei media. Perché non pensare, ad esempio, ad un conduttore televisivo in carrozzina? Se così fosse, cambierebbero molte cose. 

– Farà altri film ?
Perché no? L’esperienza mi è piaciuta e ho vari progetti che conto di proporre anche a Marco Toscani. E poi da cosa nasce cosa e io sono appassionato di cinema. Oggi, tra l’altro, ci sono film che affrontano in profondità il tema dell’handicap. Basta pensare a  “The shape of water” di Guillermo del Toro, che ha appena vinto l’Oscar a Los Angeles, in cui una ragazza muta accetta la diversità di un mostro e viceversa. Ma, andando  indietro nel tempo (e qui interviene il regista Marco Toscani, che assiste all’intervista,  ndr), il primo simbolo della diversità è stato, più di trent’anni fa, E. T. di Carlo Rambaldi, il piccolo extraterrestre che dialogava con i bambini. 

– Ci può dare messaggio per tutti quelli che, diversamente da lei, non hanno ancora deciso di uscire allo scoperto e in particolare per le donne, all’indomani della festa dell’8 marzo? 
Il mio consiglio, in particolare per le donne, è quello di avere più fiducia e più pazienza, in se stesse e negli altri, per cercare di capire. Non dobbiamo fermarci all’apparenza per superare i pregiudizi.

– Dunque andare oltre l’handicap si può? A quale condizione?
A condizione che anche la persona disabile venga vista nella sua normalità e che, al centro dell’approccio, non venga messa soltanto la sua differenza. Noi disabili non vogliamo privilegi, ma semplicemente la normalità. Conosco tanti disabili che non sono ancora stati capaci di vivere una vita normale. Penso che, per andare oltre l’handicap,  occorra meno autocommiserazione e più coraggio. E a volte anche meno aggressività. Se qualcuno mi chiede per quale motivo sono disabile, io la ritengo una curiosità legittima. Perché arrabbiarsi?