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Violenza sulle donne: focus sui femminicidi di F. D’Amico

Violenza sulle donne: focus sui femminicidi di F. D’Amico

Franco D’Amico è il Coordinatore dei Servizi Statistico-Informativi ANMIL e autore degli approfondimenti di questa sezione. Statistico ed Attuario professionista, ha operato da sempre in campo statistico, socioeconomico ed attuariale, con particolare riferimento alle tematiche inerenti il fenomeno infortunistico e tecnopatico, l’assicurazione, la prevenzione e la sicurezza sul lavoro.  

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21 febbraio 2024 – Tra le varie forme di violenza subita dalle donne nel nostro Paese (fisica, sessuale, psicologica, economica, stalking, ..) certamente il femminicidio rappresenta l’aspetto di gran lunga più grave e moralmente riprovevole. Dai dati relativi agli omicidi commessi nell’anno 2023, diffusi recentemente dal Ministero dell’Interno, si rileva un moderato aumento complessivo dei casi di omicidio volontario in generale, che dai 322 del 2022 passano ai 330 del 2023 . A fronte di un aumento per gli uomini, i femminicidi sono leggermente diminuiti dai 126 del 2022 ai 120 del 2023 (-4,8%). Le analisi realizzate su questi casi indicano che oltre la metà dei femminicidi (64) sono commessi dal partner o dall’ex partner della donna uccisa e circa il 20% da altri parenti: in pratica 4 omicidi su 5 commessi contro le donne avvengono nell’ambito familiare ristretto o allargato.
Nel 2022, anno per cui si dispone di informazioni più dettagliate, l’età media delle donne vittime di omicidio risulta pari a 55,1 anni; le vittime straniere costituiscono il 22,4% del totale e sono mediamente più giovani (46,8 anni contro i 57,4 anni delle italiane). Se si considerano i quozienti specifici per età, la situazione per i due sessi presenta evidenti differenze: per i maschi il rischio maggiore coincide con le età giovanili (18-34 anni); per le donne, invece, cresce al progredire dell’età ed è massimo per le fasce più anziane. Quest’ultimo aspetto può essere sostanzialmente spiegato con la presenza di un elevato numero di donne in età avanzata uccise da persone loro legate – in genere i partner – con lo scopo dichiarato di porre fine a diverse tipologie di situazioni critiche: il 92,5% dei denunciati sono maschi, escludendo i delitti a opera di ignoti. Il numero di eventi per i quali le Forze di polizia non individuano un possibile responsabile è molto esiguo (appena il 2,4%); in alcuni anni è stato addirittura nullo. Questa circostanza è spiegabile considerando il contesto in cui matura il delitto, rappresentato quasi sempre dalle mura domestiche. A marzo 2022 la Commissione Statistica delle Nazioni Unite ha approvato lo “Statistical framework for measuring the gender-related killing of women and girls”.
In questo ambito vengono definiti omicidi di genere, comunemente detti femminicidi, quelli che riguardano l’uccisione di una donna in quanto donna. L’Italia ha scelto di aderire a questo framework. Le variabili necessarie per identificare un femminicidio sono molte e riguardano la vittima, l’autore e il contesto in cui ha avuto luogo l’uccisione. Sinteticamente, nella definizione di femminicidio afferiscono tre tipologie di gender-related killing: 1) gli omicidi di donne da parte del partner; 2) gli omicidi di donne da parte di un altro parente; 3) gli omicidi di donne da parte di un’altra persona, sia conosciuta sia sconosciuta, che però avvenga attraverso un modus operandi o in un contesto che sia legato alla motivazione di genere.
Ma già dal 2020, in base alle informazioni fornite dal Ministero dell’Interno, l’Istat aveva iniziato a calcolare il numero dei femminicidi in Italia. Si tratta di un percorso in divenire, dal momento che il database di riferimento diventa sempre più preciso e consente di disporre di sempre maggiori informazioni.
Esiste ancora, tuttavia, una consistente differenza tra il numero delle denunce presentate e la effettiva situazione reale; per questo motivo si ritiene che la fonte amministrativa degli archivi delle Forze di polizia non possa costituire uno strumento conoscitivo esaustivo rispetto al fenomeno generale della violenza sulle donne. In tale contesto si usa monitorare anche l’andamento di tre reati che si ritengono maggiormente collegati al fenomeno, denominati convenzionalmente come “reati spia” (atti persecutori, maltrattamenti contro familiari e conviventi, violenze sessuali); un’attenzione particolare viene rivolta anche a reati più specifici (tra cui la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti o la costrizione o induzione al matrimonio). I dati relativi ai primi tre trimestri del 2023 diffusi dal Ministero dell’Interno, mostrano, rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, una diminuzione quasi identica delle denunce per i tre reati spia. Gli atti persecutori risultano, nei primi nove mesi dell’anno 2023, circa 12.500, in calo del 13% rispetto allo stesso periodo 2022; i maltrattamenti in famiglia sono circa 16.600 e le violenze sessuali si attestano a 4.341 (entrambi in diminuzione del 12%).
La percentuale di vittime donne è pari al 74% per gli atti persecutori, all’81% per i maltrattamenti in famiglia e al 91% per le violenze sessuali. L’assenza di un denominatore certo di esposte al rischio cui rapportare gli eventi per le straniere, nonché l’influenza di una possibile differente propensione alla denuncia nelle due collettività italiana e straniera, non consente di trarre conclusioni puntuali sull’incidenza dei “reati spia” distinti per nazionalità. La classe di età delle vittime in cui l’incidenza dei “reati spia” è maggiore è quella 35- 44 anni nel caso degli atti persecutori e dei maltrattamenti familiari; per le violenze sessuali è la classe delle giovani di 14-17 anni.
Sempre nel corso dell’anno 2022 sono state presentate 1.092 denunce per diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; l’incidenza maggiore per le vittime femminili si registra nella classe di età 18-24 anni. Ci sono state anche 12 denunce per costrizione o induzione al matrimonio, di cui 4 donne minorenni.
Quello intrapreso dall’ISTAT, che raccoglie periodicamente dati dalle altre Istituzioni competenti  in materia, è anche un percorso volto a far comprendere l’importanza dell’informazione e soprattutto della loro integrazione, come primo e necessario passo per prevenire e combattere la violenza sulle donne. Combattere innanzitutto quelle forme residue di cultura patriarcale che ancora oggi persistono nel nostro Paese e che ritengono naturale considerare la donna quasi come un oggetto di proprietà, del quale “l’uomo padrone” può disporre a proprio piacimento.  

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