Riflessi della crisi economica sulla disparità di genere a cura di Franco D'Amico, Coordinatore dei servizi statistico-informativi ANMIL

Al termine della grave crisi economica, che ha investito il nostro Paese in, praticamente, tutto l’ultimo decennio, le differenze di genere risultano diminuite, sia perché le donne hanno migliorato la loro situazione lavorativa, ma soprattutto perché gli uomini hanno peggiorato la loro. Nel lungo periodo di crisi, la “segregazione del mercato del lavoro” è riuscita, in effetti, a proteggere l’occupazione femminile. Tale “segregazione” si configura in una presenza massiccia delle donne in particolari settori dei servizi – compreso il pubblico impiego – e una evidente sotto rappresentazione nei settori dell’industria e delle costruzioni, particolarmente colpiti dagli effetti della crisi e dominati, notoriamente, dalla presenza della componente maschile.
La quota di donne occupate, che nel 2008 era pari al 40% del totale, al termine della crisi, nel 2017, è salita al 42%; il tasso di occupazione femminile del 2008, pari a 47,1%, è stato nettamente superato nel 2017 e addirittura ha stabilito il record di tutti i tempi (49,1%). Ha pesato molto in questo fenomeno la maggior disponibilità femminile al part-time, compreso quello involontario
Anche nella crisi degli anni ’90, che fu meno lunga e più concentrata nel tempo, la recessione colpì duramente l’industria e le costruzioni, e anche in quel caso pagarono molto più gli uomini che le donne che persero meno occupazione degli uomini e recuperarono anche prima. Già dal 1995, infatti, ricominciò la crescita dell’occupazione femminile, prima con un ritmo più accentuato, poi più debole, che continuò tuttavia ininterrottamente fino al 2008 con l’arrivo della nuova crisi. Ma le donne hanno potuto usufruire della crescita dell’occupazione in misura territorialmente molto disomogenea. Nel periodo che va dal 1995 al 2008 ci sono state 1 milione 700 mila lavoratrici in più, ma la gran parte della crescita è avvenuta nel Centro Nord, mentre il Sud ha raccolto le briciole, soltanto 300 mila occupate in più. Questo ha contribuito ad accentuare significativamente la già forte divaricazione delle opportunità delle donne del Nord e di quelle del Sud. Basti pensare che nel 2008 le giovani da 25 a 34 anni che lavoravano nel Nord erano il 73,7% del totale delle donne, mentre nel Sud il 37,7%, in pratica la metà. Le donne da 35 a 44 anni lavoravano nel Nord nel 76% dei casi e nel Sud nel 41,5%. Proprio come è successo nell’ultima crisi.
Con la nuova crisi, il comportamento delle donne sul mercato del lavoro è stato analogo a quello degli uomini e il divario di genere, a prima vista, sembra ridursi, ma al ribasso per tutti. 
La crisi si scarica più sulle donne del Nord: le giovani perdono 10 punti percentuali di tasso di occupazione al Nord Ovest e Nord Est e solo 3 al Sud: il divario diminuisce anche qui, ma al ribasso. Il modesto tasso di occupazione femminile al Sud è determinato anche dal fatto che in queste aree del Paese il basso livello di istruzione praticamente preclude alle donne l’accesso al mercato del lavoro. Il loro tasso di occupazione è intorno al 20%: le doppiamente escluse sono proprio loro, perché del Sud e con bassa istruzione. Le laureate sono le uniche nel Sud che hanno un di tasso di occupazione prossimo al 60%, più vicino a quello delle donne del Nord, che supera ampiamente il 70%. È così che si accentuano le distanze: le crepe sociali e di genere, intersecate fra loro, sembrano non risanarsi proprio nel nostro Paese. Le donne del Sud, continuano ad essere sempre più disoccupate e più scoraggiate, a fronte delle difficoltà di competere con gli uomini nella ricerca del lavoro, ed in buona parte hanno rinunciato perfino a cercarlo. 
Ma le differenze si sono accentuate non solo nell’accesso e nella permanenza nel mondo del lavoro, ma anche in altri aspetti di vita, come ad esempio nella divisione dei ruoli tra uomini e donne. Nelle coppie tra 25 e 44 anni con figli, in cui entrambi i partner lavorano, si è abbassato l’indice di asimmetria e gli uomini sembrano collaborare di più in famiglia, ma la trasformazione è concentrata soltanto nel Centro Nord, mentre la situazione per le donne del Sud è rimasta praticamente come prima: la divisione dei ruoli nella coppia non migliora, interrompono di più il lavoro dopo la nascita dei figli, hanno meno asili nido e servizi sociali a disposizione, meno spesa sociale dedicata a disabili e anziani, in definitiva meno supporto dalle reti di sostegno sociale.
Sono insomma la spia rossa del malessere generale del Paese, che sta faticosamente uscendo da questa lunghissima crisi, molto malconcio e con un’improcrastinabile necessità di affrontare radicalmente i nodi irrisolti della sua modernizzazione.