“Non è un Paese per mamme” di F. D’Amico

Franco D’Amico è il Coordinatore dei Servizi Statistico-Informativi ANMIL e autore degli approfondimenti di questa sezione. Statistico ed Attuario professionista, ha operato da sempre in campo statistico, socioeconomico ed attuariale, con particolare riferimento alle tematiche inerenti il fenomeno infortunistico e tecnopatico, l’assicurazione, la prevenzione e la sicurezza sul lavoro.  

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25 maggio 2023 – E’ cominciato tutto nel 2014. Fino a quell’anno e già da qualche decennio il numero delle nascite in Italia si era attestato sempre al di sopra delle 500.000 unità annue, un numero non esaltante ma comunque appena sufficiente a mantenere un minimo di equilibrio demografico tra nati e morti, con il supporto decisivo della componente immigratoria. Nel 2014 si è iniziata la crisi delle “culle vuote”, con il numero di nati che diminuisce costantemente fino al crollo del 2020, l’anno orribile della pandemia, quando si contarono circa 404.000 nascite, scese a 400.000 nell’anno successivo, per poi abbattere, per la prima volta dall’unità d’Italia, il muro psicologico dei 400.000 nati nel 2022, che segna il record negativo con 392.600 nascite. Nel solo anno 2022 la popolazione residente è scesa di 179mila unità, con un calo dello 0,3% rispetto all’anno precedente,  nonostante il contributo positivo del saldo migratorio.
Anche il tasso di natalità è sceso nel 2022 a 6,7per mille residenti in media nazionale, con un massimo del 9,2per mille nella provincia autonoma di Bolzano, mentre la Sardegna presenta il valore più basso (4,9per mille).
Né può consolare il fatto che, allargando lo sguardo all’Europa, la situazione italiana non rappresenta la sola eccezione: un profilo demografico abbastanza simile al nostro si riscontra anche in Spagna e in  Francia.
Il trend in atto nel nostro Paese lascia prospettare scenari futuri poco rassicuranti: secondo gli esperti dell’ISTAT la popolazione residente è destinata a scendere dai circa 59 milioni attuali a 57,9 nel 2030, a 54,2  nel 2050 fino a 47,7 nel 2070. Il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due nel 2021, a circa uno a uno nel 2050, con problemi di ordine socioeconomico e soprattutto pensionistico facilmente immaginabili. Entro il 2041, inoltre, soltanto una famiglia su quattro avrà almeno un figlio. Ma perché, dunque, le donne italiane non fanno più figli?
La motivazione principale consiste fondamentalmente nel fatto che in Italia la maternità ha un effetto molto negativo sul lavoro delle donne: tra i 25 e i 49 anni – secondo i dati Istat riferiti al 2021 – è occupato solo il 53,9% delle donne con uno o più figli, a fronte del 73,9% delle donne senza figli. Lo stesso tasso di occupazione riferito agli uomini della stessa fascia di età e che hanno figli raggiunge invece  quasi il 90%. Il peso della cura della casa e della famiglia ricade, infatti, quasi sempre sulle spalle della donna e si aggrava ulteriormente in presenza di anziani o disabili. Il rapporto tra la nascita di un figlio e le dimissioni dal lavoro è fortemente sbilanciato a sfavore del genere femminile: quasi il 70% delle donne occupate che recedono dal contratto di lavoro lo fa per la difficoltà di conciliare lo stesso con la cura del neonato,  contro appena il 7,5% degli uomini. Le difficoltà che la donna incontra nel conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura della casa e della famiglia sono, dunque, la causa dell’abbandono del posto di lavoro per oltre due lavoratrici su tre. Solo per il 17% la causa dell’abbandono è l’insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto.
Il risultato più evidente è che, nonostante i notevoli miglioramenti registrati dalla donna negli ultimi decenni, a livello europeo, secondo EUROSTAT, il tasso di occupazione femminile italiano (tra i 20 e i 64 anni) del 2021, pari a 53,2%, si posiziona a 14,5 punti al di sotto di quello medio dell’Unione Europea (pari a 67,7%) e addirittura al penultimo posto della graduatoria dei 28 Paesi membri, seguito soltanto dalla Grecia che ha un valore dell’indicatore pari a 52,7%; mentre nella testa della classifica troviamo i soliti Paesi del Nord Europa: Svezia (78%), Estonia (77,6%), Paesi Bassi (77,5%), Lituania (76,7%), Germania (75,9%), Finlandia (75,8%) e Danimarca (75,6%).
Nel nostro Paese, inoltre, come avviene tra gli Stati a livello europeo, pesano molto le differenze regionali: se nella Provincia autonoma di Bolzano lavora il 73% delle donne, in Sicilia lo fa solamente il 31,5%: molto meno della metà.
A conferma del problema, il nostro Paese presenta un gap di quasi 20 punti percentuali tra occupazione maschile e femminile: la prima si attesta infatti intorno al 70% rispetto a quello già visto (53,2%) delle donne.
Questo succede in parte per questioni culturali, ma soprattutto per la scarsità di servizi che le istituzioni offrono alle mamme, come asili nido, servizi di babysitting e agevolazioni sul lavoro sia in termini di elasticità oraria che in termini salariali. In questo senso i dati economici di EUROSTAT sono emblematici: nel nostro Paese appena l’1,4% del PIL viene destinato a famiglia e maternità, contro il 2,1% della media europea e il 3,7% record della Danimarca.
Si è creato, in pratica, un circolo vizioso, un circuito perverso per cui le donne che vogliono avere un figlio devono fare una scelta difficile che spesso le obbliga a rinunciare al lavoro con conseguenze negative sul bilancio familiare; il calo del tasso di occupazione femminile combinato a quello delle nascite è destinato, in un futuro non molto lontano, a disegnare, in assenza di interventi massicci e tempestivi, una struttura socioeconomica del nostro Paese sempre più precaria.