Lavoro e infortuni ai tempi del #Coronavirus: i numeri a cura di Franco D'Amico - Resp. servizi statistico-informativi ANMIL

Siamo stati facili profeti. Non era certo difficile immaginare che la pandemia di #Coronavirus avrebbe stravolto la vita di tutti noi

Roma, 30 aprile 2020 – Siamo stati facili profeti. Non era certo difficile immaginare che la tempesta perfetta innescata dalla pandemia di Coronavirus avrebbe stravolto la vita di tutti noi con effetti devastanti sul piano sociale, umano, familiare e anche psicologico. Quello della vita e della salute è certamente l’aspetto assolutamente prioritario, ma a preoccupare sono anche gli effetti economici che produrranno una crisi a livello mondiale molto più pesante e duratura di quella già vissuta, per altri motivi, nel 2008.
L’impatto dell’epidemia avrà effetti ancora più pesanti sulle economie fragili come quella del nostro Paese, che tra l’altro risulta essere tra i più colpiti dalla pandemia. Ed infatti, nel DEF (Documento di Economia e Finanza) varato dal governo nei giorni scorsi, si prevede per il 2020 “una caduta dell’economia che non ha precedenti nella storia italiana del dopoguerra”, con il PIL in flessione a -8% e un rapporto deficit/PIL che salirà al 155%. Si tratta, peraltro, di previsioni che molti osservatori ritengono fin troppo prudenziali.
Pesanti strascichi si avranno anche nel mondo del lavoro: Unioncamere stima un calo di oltre 420.000 occupati nel 2020, di cui ben 190.000 tra autonomi e piccoli imprenditori non più in grado di riprendere la loro attività e 230.000 lavoratori dipendenti; la metà dei posti di lavoro perduti riguarderà il Turismo, un settore che da solo produce quasi il 15% della ricchezza nazionale.
Il crollo della produzione e delle ore lavorate, tuttavia, sta avendo un effetto “benefico” sul fenomeno infortunistico che si protrarrà sicuramente almeno per tutto l’anno in corso.
Gli ultimi dati forniti da INAIL rilevano un calo sostenuto e generalizzato nel primo trimestre 2020 rispetto all’omologo periodo 2019: -16,9% per gli infortuni, -21,7% per quelli mortali (da 212 a 166) e -11,3% per le malattie professionali. Pesa, naturalmente, su questi dati l’effetto lock-down di moltissime attività dell’industria, del commercio e dei servizi che, peraltro non ha riguardato i primi due mesi dell’anno; se, infatti, si circoscrive il focus sul solo mese di marzo, periodo di piena crisi pandemica, il calo rispetto a marzo 2019 schizza a -43,6 per gli infortuni, a – 41% per i morti sul lavoro (da 71 a 42) e a -40,1% per le malattie professionali.
Ma c’è da rilevare, purtroppo, il dato relativo alla Sanità che risulta in nettissima controtendenza rispetto a tutti gli altri settori. Nel mese di marzo 2020 il numero di infortuni che sono stati denunciati in questo settore risulta più che raddoppiato rispetto a marzo 2019 (da 1.788 a 3.613); per il 75% si tratta di infortuni legati al contagio coronavirus, che è stato riconosciuto dall’INAIL come evento lavorativo, ma quasi 1.000 sono dovuti ad incidenti “normali” che si verificano abitualmente in corsia a danno di operatori del settore (medici, infermieri, ecc.) che, in un clima di fortissimo stress lavorativo e  di turni massacranti, stanno combattendo in prima linea una battaglia vitale per tutti noi. La situazione appare ancora più preoccupante nelle province della Lombardia, dove gli infortuni occorsi agli operatori sanitari sono praticamente quadri plicati.
C’è anche da aspettarsi, inoltre, che tra questi lavoratori, che stanno operando in condizioni infernali e a stretto contatto con situazioni estreme, oltre alle possibilità di contagio, possano manifestarsi forme di burn-out, una tipologia di malessere psicofisico che è un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente, associato ad un contesto lavorativo che li pone di fronte a situazione di grave sofferenza. È questo un tipo di patologia che colpisce, soprattutto in questo frangente, gli operatori della sanità, i veri eroi di questi tempi.