È noto come, ancora oggi, nel mondo gli incidenti stradali rappresentino una delle principali cause di infortuni, invalidità permanenti e, soprattutto, di morti. Le maggiori organizzazioni internazionali dedicano ormai da molti anni grande attenzione a questo fenomeno e periodicamente lanciano moniti a tutti i Paesi per contrastare queste stragi quotidiane sulle strade. I dati diffusi recentemente dall’O.M.S. (Organizzazione mondiale della sanità) nel suo “Rapporto globale sulla sicurezza stradale 2015” sono, a dir poco, allarmanti: ogni anno muoiono nel mondo 1,25 milioni di persone a causa degli incidenti stradali, che rappresentano la principale causa di morte fra i giovani tra i 15 e i 29 anni. Di questi incidenti letali, non pochi sono quelli che si verificano per motivi di lavoro, sia quando coinvolgono lavoratori per i quali la strada rappresenta il loro “ambiente” di lavoro (autotrasportatori, conducenti di autobus, taxisti, addetti a lavori stradali, ecc..) sia quando colpiscono lavoratori delle più svariate attività che percorrono le strade per andare o tornare dal posto di lavoro o si spostano da un posto ad un altro. Proprio a questi ultimi incidenti, denominati comunemente “in itinere”, è dedicato il nuovo rapporto dell’European Transport Safety Council (Etsc) sulla sicurezza stradale nella Unione Europea, secondo il quale nel 2016, in Europa, più di 10mila persone (in media 28 al giorno) sono rimaste vittime di incidenti stradali collegati al tragitto casa-lavoro-casa o agli spostamenti sul lavoro.
“Pur essendoci esempi molto positivi da parte di piccole e grandi organizzazioni in tutta Europa che iniziano ad affrontare seriamente il problema della sicurezza stradale per i lavoratori – ha dichiarato Antonio Avenoso, Direttore Generale di Etsc – ve ne sono migliaia che ‘chiudono un occhio’ di fronte ai rischi che i dipendenti affrontano ogni giorno sulle strade. Molte società, poi, considerano in maniera errata la gestione del rischio come un peso anziché un’opportunità. Oggi, invece, si può fare molto per contribuire a limitare i costi assicurativi, diminuire le assenze sul lavoro e rafforzare l’immagine della società stessa: ridurre i pericoli attraverso la gestione del viaggio, fare una formazione mirata e acquistare veicoli più moderni e sicuri. Se è vero che i datori di lavoro devono fare di più, il nostro rapporto evidenzia che hanno bisogno dell’aiuto e del sostegno da parte dei governi nazionali e dell’intera Ue”. In Italia, secondo i dati INAIL, nel 2016 si sono verificati 269 decessi in itinere su un totale di 1.018 morti sul lavoro denunciati, vale a dire ben il 26,4% del totale. Focalizzando l’analisi sulle caratteristiche del fenomeno, si riscontra come i mesi più pericolosi per gli infortuni in itinere mortali, sono Giugno e Luglio seguiti da Settembre e Ottobre: praticamente i mesi che precedono e seguono il consueto periodo di ferie estive. Il giorno della settimana che fa registrare il maggior numero di incidenti mortali in itinere è il Lunedì, il giorno che segna la ripresa del lavoro dopo la pausa settimanale, e in cui, presumibilmente, il lavoratore non ha ancora ripreso i giusti ritmi di attenzione e concentrazione. Le ore più pericolose sono quelle dalle 6 alle 8 del mattino e dalle 16 alle 17 del pomeriggio, in pratica gli orari che corrispondono normalmente ad andata e ritorno dal lavoro; ma esiste una interessante differenza di genere: per le donne è nettamente prevalente l’orario 6-8, mentre per gli uomini l’orario 16-17. Naturalmente i fattori che incidono su queste circostanze sono molteplici e di varia natura, ma non riteniamo di essere lontani dalla verità affermando che la donna lavoratrice subisce in misura maggiore lo stress del percorso di andata, in virtù del suo ruolo di moglie-madre-lavoratrice che la impegna in una serie di incombenze familiari prima di recarsi al lavoro (svegliare e preparare i figli, la colazione, eventuali commissioni ecc. che rendono il viaggio una corsa contro il tempo). Per contro c’è da supporre che per il lavoratore maschio, solitamente impegnato in attività e mansioni più pesanti (metallurgia, costruzioni, trasporti ecc. sono settori quasi esclusivamente maschili), il ritorno dal lavoro sia caratterizzato da condizioni di maggiore stanchezza e scarsa concentrazione. Nelle ore notturne poi, data la più ridotta mobilità, il numero di incidenti diminuisce drasticamente, ma cresce in misura enorme il tasso di mortalità. “Appare del tutto evidente – commenta Franco Bettoni, Presidente nazionale ANMIL – come, per i lavoratori, gli incidenti stradali rappresentino una vera e propria emergenza nazionale, di cui purtroppo non si parla abbastanza ma che invece richiederebbe una attenzione continua, soprattutto sul piano dell’analisi approfondita delle cause del fenomeno, al fine di intervenire con iniziative di prevenzione mirate ed efficaci. A tal proposito sono necessarie misure idonee di verifica e di controllo che riguardino non solo gli aspetti materiali come lo stato di efficienza dei veicoli, le condizioni stradali o meteorologiche, ma anche che mettano al centro dell’attenzione il ruolo primario del fattore umano. Ritmi di lavoro stressanti, turni eccessivamente prolungati, ricorso a straordinari, lavoro notturno e condizioni psicofisiche non idonee, sono tutti fattori che vanno contrastati con tutti gli strumenti e i mezzi disponibili”.