Il Covid allarga la forbice del “gender gap” di F. D’Amico

 

31 marzo 2022 – Già prima della pandemia la conciliazione delle esigenze familiari con quelle lavorative presentava forti criticità per la donna lavoratrice, specie se sposata e con figli o, peggio ancora, se in casa vi era un disabile o un anziano non autosufficiente.
Tutto questo ha da sempre ostacolato l’accesso della donna nel mondo del lavoro e spesso anche la possibilità di mantenere il posto di lavoro. Il risultato più evidente di una tale situazione è che il tasso di occupazione femminile si attestava nel 2019 al 50,1%, in misura cioè nettamente inferiore rispetto a quello degli uomini (68,3%), ma anche rispetto alla media delle donne dei Paesi U.E. (63%).   
In questo contesto, già di per sé poco edificante, la pandemia ha avuto un ulteriore forte impatto sull’organizzazione familiare con riflessi pesanti sui carichi di cura, e sugli equilibri di convivenza; inoltre, con la chiusura delle scuole, quasi 3 milioni di lavoratrici con figli minori, hanno dovuto al tempo stesso lavorare e assistere i figli impegnati nella didattica a distanza.
Sotto la pressione di questi gravosi impegni, sempre più donne hanno dovuto abbandonare il lavoro: nel 2020 rispetto all’anno 2019, si è registrato un calo complessivo di 456mila occupati di cui 249mila donne (oltre il 55% del totale).
Sempre nel 2020 il tasso di occupazione femminile è sceso al 49%, che rappresenta il dato peggiore dal 2013: in quell’anno era stato pari al 46,5% ed era cresciuto ininterrottamente  fino al 50,1% del 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia. Poi, nel 2020, il crollo di oltre un punto percentuale.
Il tasso di occupazione femminile scende poi ulteriormente tra le donne giovani (33,5%) e le donne che vivono nel Sud Italia (32,5%), mentre quello delle donne con figli sotto ai 5 anni risulta essere più basso di oltre il 25% rispetto a quello delle altre donne coetanee senza figli.
E inoltre, il tasso delle donne Neet – ossia tutte le giovani donne che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione – è cresciuto dal 27,9% del 2019 al 29,3% del 2020, contro una media dell’Unione europea del 18%. Anche il numero di donne costrette al lavoro part-time involontario (ossia quelle che, pur di lavorare, si accontentano di un lavoro a tempo parziale anche se aspirano a un lavoro a tempo pieno) segna un aumento; dal 60,8% del 2019 si è passati al 61,2% del 2020. In Europa questo tasso è pari al 21,6%, inferiore di circa tre volte.
Tra le più penalizzate durante la pandemia ci sono le mamme: nel 2020 il 79% delle donne con figli ha fatto richiesta di congedi parentali, contro il 21% dei padri.
Dopo un costante aumento a partire dal 2014, la pandemia ha rallentato notevolmente anche la crescita delle imprese femminili in Italia. Come si rileva dal “ Bilancio di genere 2021” della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2020 le imprese femminili sono scese al 21,9% del totale (in calo di circa 4.000 unità) e, rispetto a quelle maschili, sono di minori dimensioni, più giovani e per lo più localizzate al Sud.
Anche sul piano infortunistico a pagare il prezzo più alto sono state le donne. Durante la fase di  lock-down  il 74% delle donne ha continuato a lavorare rispetto al 66% degli uomini, dovendo garantire servizi essenziali in settori di attività a forte vocazione femminile come sanità, istruzione, ristorazione, servizi alle famiglie e Pubblica Amministrazione, settori in cui la presenza femminile è nettamente prevalente: le donne, infatti, rappresentano il 90% dei lavoratori domestici, il 70% degli operatori della Sanità e circa la metà degli occupati nella Ristorazione e nella Pubblica Amministrazione.  Mentre i lock-down hanno fermato le attività industriali, in particolare in quei settori a più alto rischio infortunistico, come le Costruzioni, i Trasporti, la Metallurgia etc., dove la presenza di manodopera maschile è assolutamente preponderante e la componente femminile è praticamente residuale e comunque adibita a ruoli di natura impiegatizia o dirigenziale.
Gli effetti in termini infortunistici sono più che evidenti. Nel confronto 2020/2019 si registra una netta diminuzione per la componente maschile (-22%, circa 90.000 infortuni sul lavoro in meno) contro un incremento di quella femminile dell’1,3% (circa 3.000 infortuni in più). L’incidenza femminile sul totale degli infortuni, che da decenni si attestava al 36%, è salita nel 2020 al 43%; per quanto riguarda gli infortuni mortali, il tasso di incidenza femminile è cresciuto di tre punti (dall’8% all’11%).
Ma dove le donne risultano penalizzate in misura ancora più pesante è il campo degli infortuni causati da infezione da Covid in ambito lavorativo, che sono stati equiparati ai “classici” infortuni sul lavoro dal  D.L. 18 del 17 marzo 2020.
Se consideriamo, infatti, l’intero biennio della pandemia (2020-2021) si rileva che dei circa 191.000 infortuni di questa tipologia denunciati all’INAIL, ben 130.000 (68%) riguardano la componente femminile, mentre 61.000 circa quella maschile (32%).
La stragrande maggioranza degli infortuni femminili (circa 84.000 pari al 64,6% del totale) si è verificato nel settore della Sanità e assistenza sociale; seguono la Pubblica Amministrazione con il 9,2%, i Servizi di supporto alle imprese (servizi di pulizia, call center, ecc.) con il 4,4%, il Manifatturiero (3,2%), le Attività di alloggio e ristorazione (2,5%), il Commercio (2,3%) e Altre attività di servizi (lavanderie, parrucchieri, centri benessere, ecc.) con l’1,9% del totale.
In ambito sanitario, le figure professionali  più colpite sono le Infermiere (37,4%), le Operatrici socio-sanitarie (18%), i Medici (8,6%), le Operatrici socio-assistenziali (6,7%) e il Personale ausiliario (4,7%).
In pratica, a pagare il prezzo più caro sono state proprio questi “angeli del Covid” che si sono prodigati sino allo stremo delle loro forze per fornire a tutti noi cure, assistenza e vicinanza rivelatisi determinanti in questo periodo di triste emergenza.    

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