Rapporto ISTAT: l’Italia agli ultimi posti in Europa per livelli di istruzione. A cura di Franco D’Amico

30 luglio 2020 – Un pugno nello stomaco. È stata questa, per molti di noi, la sensazione provata di fronte alla fotografia che qualche giorno fa l’ISTAT ci ha impietosamente sbattuto in faccia e che ritrae la situazione dell’istruzione in Italia in raffronto con gli altri Paesi europei.
Senza usare molti giri di parole, tutte le analisi statistiche riportate nel report “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – anno 2019” possono tranquillamente sintetizzarsi nella conclusione che gli italiani sono tra i popoli più ignoranti tra tutti i Paesi europei.
Il Belpaese, quello che ha dato i natali a Virgilio, Cicerone, Dante, Petrarca, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Manzoni, solo per citare i primi nomi che vengono in mente di una serie infinita di geni della cultura e della civiltà occidentale, si ritrova oggi a competere tra i Paesi di coda delle classifiche europee sui livelli di istruzione.
E al riguardo i numeri sono eloquenti. Nel 2019, la quota di popolazione italiana compresa tra i 25 e i 64 anni in possesso almeno di un diploma, è pari a 62,2%, un valore inferiore di ben 16,5 punti a quello medio europeo (78,7% nell’UE-28); per non parlare poi di quello di alcuni tra i più grandi Paesi dell’Unione: 86,6% in Germania, 81,1% nel Regno Unito e 80,4% in Francia. Solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori simili o inferiori a quelli dell’Italia.
Non meno ampio – si legge nel report ISTAT – è poi il divario rispetto alla quota di popolazione di 25-64enni con un titolo di studio universitario: in Italia, si tratta del 19,6%, contro un valore medio europeo pari a 33,2%. Anche la crescita della popolazione laureata è più lenta in Italia rispetto agli altri paesi dell’Unione, con un incremento di +2,7 punti nell’ultimo quinquennio rispetto ai +3,9 punti dell’UE.
Ma quello che più preoccupa è che lo svantaggio dell’Italia rispetto al resto d’Europa risulta particolarmente elevato per le classi più giovanili. Proprio per favorire la crescita sociale, economica e culturale delle giovani generazioni, nel 2010 l’Unione Europea ha varato il programma decennale “Strategia Europa 2020”, con l’obiettivo, giudicato fondamentale nella “società della conoscenza”, di stimolare anche la crescita economica e renderla compatibile con l’inclusione sociale.
Uno dei principali “target” relativi all’istruzione fissati da questo programma riguarda l’innalzamento al 40% della quota di 30-34enni in possesso di una laurea. Con un valore stimato al 40,7%, l’UE ha complessivamente raggiunto nel 2018 questo obiettivo; Francia, Spagna e Regno Unito lo hanno superato già da diversi anni; in Italia, invece, la quota è miseramente ferma al 27,8%.
Malgrado il miglioramento dell’ultimo anno (+0,9 punti sul 2017) il nostro Paese si posiziona al penultimo posto in questa particolare graduatoria.
E la situazione appare ancora più fosca se si scende ad una disaggregazione territoriale.
Tutti gli indicatori stanno a confermare che la popolazione residente nel Mezzogiorno è ancora meno istruita rispetto a quella del Centro-nord: poco più della metà degli adulti ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore e nemmeno uno su sei ha raggiunto un titolo universitario (al Centro-nord oltre i due terzi è almeno diplomato e quasi uno su quattro ha conseguito la laurea).
In definitiva, la conseguenza più evidente delle problematiche che affliggono il nostro Paese su questo versante, è che in Italia, nonostante i vantaggi occupazionali derivanti dai più alti livelli di istruzione siano simili a quelli registrati nella media UE, i tassi di occupazione restano tra i più bassi, quelli di disoccupazione tra i più alti, e questo vale a tutti i livelli, territoriali, di genere e di età.