Solo il 31% dei disabili in età lavorativa ha un’occupazione, contro il 58% della popolazione generale.

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Roma, 18 gennaio 2021 – Nel nostro Paese le persone che, a causa di problemi di salute di vario genere, soffrono di gravi limitazioni che impediscono loro di svolgere le abituali attività quotidiane sono circa 3 milioni e 100 mila (il 5,2% della popolazione). Di questi i due terzi (2,05 milioni circa) sono donne, mentre un terzo (1,05 milioni) uomini. Si tratta di una collettività molto anziana: quasi 1 milione e mezzo di ultra settantacinquenni (cioè più del 20% della popolazione in quella fascia di età) si trovano in condizione di disabilità e 990.000 di essi sono donne. Dal punto di vista territoriale, l’incidenza sulla popolazione (pari al 5,2% a livello nazionale) vede al primo posto le Isole con un valore del 6,3%, contro il 4,8% del Nord, che rappresenta il valore più basso. Le Regioni nelle quali il fenomeno è più diffuso sono l’Umbria e la Sardegna (rispettivamente 8,7% e 7,3% della popolazione); Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta sono, invece, le regioni con l’incidenza più bassa (4,4%).
Questa sintetica rappresentazione del mondo della disabilità sotto il profilo socio demografico, è stata elaborata sulla base dei dati rilevati dal Rapporto “Conoscere il mondo della disabilità. 2019” che l’ISTAT ha recentemente elaborato e pubblicato.
In questo Rapporto l’Istat, uniformandosi alle direttive impartite dal sistema delle statistiche europee sulla disabilità, utilizza un’unica definizione, conosciuta come Global activity limitation indicator (Gali), che definisce “disabili” le persone che riferiscono di avere limitazioni, a causa di problemi di salute, nello svolgimento di attività abituali e ordinarie. Si tratta di una definizione che fa riferimento alla sola condizione di “limitazione” indipendentemente dalla gravità o dalla tipologia di menomazione. Va detto, per completezza, che in precedenti elaborazioni, l’ISTAT ha considerato, nelle proprie statistiche, anche distinte tipologie di disabilità in relazione a specifiche menomazioni: la tipologia più consistente risulta essere le disabilità “motoria”, seguita da quella “sensoriale” e da quella “psichica”.
Ma la parte più interessante del Rapporto è sicuramente quella in cui viene trattato il rapporto tra disabili e mondo del lavoro. Il collocamento delle persone con disabilità nel mondo del lavoro ha effetti benefici non solo sul disabile che può così riacquistare la sua piena dignità, ma, al di là degli aspetti etico-sociali, è conveniente anche dal punto di vista economico per la società in quanto permette di recuperare quelle energie, quelle potenzialità inespresse che altrimenti andrebbero perdute. La mancanza di una occupazione comporta, inoltre,  una significativa perdita di libertà, di autonomia, di autostima ed è una delle cause principali di esclusione sociale. Ciò avviene non soltanto perché dal reddito dipende la possibilità di condurre una vita indipendente e dignitosa, realizzando le proprie aspirazioni, ma anche perché l’assenza di lavoro può impoverire le relazioni umane e compromettere lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni sociali. Nel nostro Paese, norme dirette a favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità esistono da tempo ed hanno anticipato la Convenzione Onu, nella quale si fa più volte riferimento alla non discriminazione e alle pari opportunità in ambito lavorativo. Da allora varie altre leggi si sono succedute per recuperare e valorizzare abilità e potenzialità delle persone con disabilità fisica, psichica o sensoriale. Malgrado questa lungimirante normativa, la realtà  resta tuttavia deludente e risulta ancora rilevante lo svantaggio, nel mercato del lavoro, delle persone con disabilità ed in particolare per le donne. Infatti, considerando la sola popolazione dei disabili in età lavorativa (compresa tra i 15 e i 64 anni), stimata intorno alle 700.000 unità, risulta occupato solo il 31,3%, vale a dire poco meno di 220.000 unità. Tale percentuale scende al 26,7% tra le donne (circa 100.000 unità) ed è pari al 36,3% tra gli uomini (circa 120.000). Nella popolazione generale il corrispondente tasso di occupazione totale è del 58%; per donne e uomini i valori sono pari rispettivamente al 48% e al 67%. Ma il dato che più preoccupa è che il 18,1% dei disabili in età lavorativa è in cerca di occupazione: si tratta di circa 120.000 persone (70.000 uomini e 50.000 donne) per lo più di giovane età che vorrebbero partecipare attivamente al mercato del lavoro ma ne vengono praticamente rifiutate. Il 3,6% dei disabili è studente, con leggera prevalenza delle donne (3,9%) rispetto agli uomini (3,2%); il 12,6% risulta, invece, inabile al lavoro per via, evidentemente, di limitazioni estreme che riguardano più gli uomini (16,1%) che le donne (9,3%). Il restante 34,4% delle persone con disabilità in età lavorativa (in prevalenza femmine con una quota pari al 45%, rispetto al 23,1% dei maschi) si trova in “altra condizione professionale”: si tratta per lo più di donne casalinghe o di persone che hanno già raggiunto i requisiti per la pensione o di persone ormai disilluse che hanno rinunciato a cercare un posto di  lavoro.
A livello territoriale la situazione occupazionale dei disabili risulta molto differenziata e strettamente legata al contesto socioeconomico in cui vivono. Il dato peggiore, infatti, è quello del Mezzogiorno: solo il 18,9% delle persone con disabilità in età lavorativa è occupato. Contrariamente a quanto normalmente accade nelle analisi socio-economiche a livello territoriale, il dato migliore in questo caso non è quello del Nord ma quello del Centro: 42,2% di persone con disabilità occupate, contro il 37,4%. Gioca, in questo caso, un ruolo decisivo la Capitale, sede di ministeri e varie istituzioni pubbliche: quasi la metà dei disabili occupati lavora, infatti, nella Pubblica Amministrazione. Il valore minimo di disabili occupati (18,9%) si registra nelle regioni del Sud e delle Isole dove si raggiunge anche la massima percentuale di disabili in cerca di occupazione: 24,6% contro il 15,6% del Nord ed il 16,7% del Centro. In sostanza, nelle regioni meridionali un giovane disabile su quattro è in cerca di un’occupazione, di una occasione che gli consenta di inserirsi attivamente nella società: un’occasione che in un Paese veramente civile gli spetterebbe di diritto.