“Gender gap”. L’assurdo divario di genere che umilia il ruolo della donna nella società di F. D’Amico

Franco D’Amico è il Coordinatore dei Servizi Statistico-Informativi ANMIL e autore degli approfondimenti di questa sezione. Statistico ed Attuario professionista, ha operato da sempre in campo statistico, socioeconomico ed attuariale, con particolare riferimento alle tematiche inerenti il fenomeno infortunistico e tecnopatico, l’assicurazione, la prevenzione e la sicurezza sul lavoro.  

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Roma, 8 marzo 2024 – È noto a tutti come, nel nostro Paese, le donne incontrino ancora oggi enormi difficoltà nel far valere i propri diritti di eguaglianza nei confronti della componente maschile, sia in campo sociale-politico che sul piano economico-lavorativo.
È questo, in estrema sintesi, quanto emerge dai risultati della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla precaria situazione della donna in Italia, a seguito dell’audizione tenutasi il 23 gennaio 2024, del Dott. Saverio Gazzelloni, Direttore della Direzione centrale delle statistiche demografiche dell’ISTAT, che evidenzia la realtà di una condizione femminile di assoluta criticità a tutti i livelli.

 

IL DIVARIO SOCIALE E POLITICO

Da molti decenni ormai le donne italiane hanno raggiunto notevoli ed importanti traguardi all’interno della società, ma detengono ancora un potere sociale e politico del tutto inadeguato e sono ancora molto lontane dagli standard femminili dei Paesi occidentali più avanzati e anche dai livelli dei colleghi italiani nonostante le donne in Italia siano notoriamente più istruite degli uomini.
Nell’anno 2022, il 65,7% delle donne 25-64enni ha avuto almeno un diploma contro il 60,3% degli uomini e le laureate arrivano al 23,5% rispetto al 17,1% degli uomini; le differenze di genere sono più marcate di quelle della media dell’Unione Europea, dove le quote salgono rispettivamente all’80,4% (78,6% per gli uomini) e al 37,1% (31,4% per gli uomini). Per le ragazze il voto medio di diploma è 78,3/100 contro 75,2/100 dei ragazzi e il voto medio di laurea è pari a 103,2/110 per le prime e a 101,1/110 per i secondi.
Il vantaggio femminile nell’istruzione non si traduce in esiti occupazionali migliori rispetto agli uomini, anche se le differenze fra i sessi si riducono al crescere del livello di istruzione; nel 2022, tra i 25-64enni, il gap di genere nei tassi di occupazione passa dai 32,3 punti per chi ha la licenza media al 7,7% tra i laureati.
È assodato, dunque, che le donne italiane ottengono risultati più brillanti lungo tutto il percorso scolastico-formativo rispetto ai colleghi maschi. Eppure, le donne in Italia sono appena il 27% dei dirigenti: un valore molto al di sotto di quello medio europeo che è pari al 33,9%; quote analoghe si riscontrano per le imprenditrici donne. Anche nella politica italiana il divario di genere è tutt’altro che risolto. Soltanto nell’attuale legislatura, per la prima volta nella storia, la compagine femminile alla Camera e al Senato ha raggiunto il 33% (200 su 600, esclusi i Senatori a vita): considerando il dato delle due aule distinte, alla Camera ci sono 129 donne sul totale di 400 deputati (32,3) e al Senato, compresi i Senatori a vita, sono 71 su 206 (34,5%).
Tra i membri dei consigli regionali solo uno su cinque è donna e solo il 14% dei Comuni italiani ha eletto un Sindaco donna.
Alla base di tutto questo, oltre agli anacronistici pregiudizi di genere, c’è sicuramente il fatto che per molte donne lavorare o dedicarsi ad altre attività sociali e nello stesso tempo formare una famiglia rimangono ancora oggi due percorsi inconciliabili.

 

IL DIVARIO OCCUPAZIONALE

Anche in campo lavorativo le donne hanno fatto passi da gigante. Già a partire dal secondo dopoguerra l’occupazione femminile è cresciuta a ritmi sempre più intensi, che si sono accentuati particolarmente negli ultimi decenni per effetto della progressiva terziarizzazione del mondo del lavoro a scapito delle attività tradizionali dell’Industria e dell’Agricoltura. Dal 1975 ad oggi il numero delle lavoratrici è quasi raddoppiato (da 5,6 a 10 milioni di unità) e la quota di donne è salita dal 28,6% al 42,2% su un totale attuale di 23,7 milioni di occupati.
Tuttavia permangono ancora oggi problemi di fondo difficili da scalfire.
Nel nostro Paese il più delle volte l’emancipazione della donna e la sua partecipazione al mercato del lavoro sono fortemente condizionate dal suo triplice ruolo di moglie/madre/lavoratrice; le difficoltà di conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura della casa e della famiglia rappresentano un ostacolo che non è soltanto culturale ma anche legato al ritardo con cui lo Stato stenta ad assumere una effettiva “funzione sociale integrale” nei confronti di tutti i cittadini e nel pieno rispetto delle specificità di genere. L’assistenza alla famiglia – specie se sono presenti figli, anziani non autosufficienti o disabili – è del tutto carente in termini di asili nido, orari di lavoro più elastici e adeguati alle necessità di mogli e madri, strutture di sostegno per anziani e disabili ecc.
Il risultato, dunque, è che le donne presentano un gap occupazionale eclatante sia all’interno rispetto agli uomini, che all’esterno rispetto alle lavoratrici del resto d’Europa e degli altri Paesi occidentali avanzati.
Ma vediamo i numeri: i dati ISTAT relativi al terzo trimestre 2023 rivelano che in Italia il tasso di occupazione femminile (15–64 anni) è pari al 52,2%. Tale valore risulta inferiore a quello di tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea e più basso di 13,7 punti rispetto a quello medio europeo che è pari al 65,9%; il gap è peraltro in aumento rispetto al terzo trimestre del 2019, quando si attestava a 13,2 punti. In quest’ultima graduatoria l’Italia ha “strappato” l’ultimo posto alla Grecia che lo deteneva da anni.
Le donne italiane sono, inoltre, molto lontane anche dal tasso di occupazione maschile italiano che è pari al 70,9%; la distanza tra i tassi di occupazione femminili e maschili resta quindi molto ampia (18,7 punti). Il tasso di disoccupazione risulta pari all’8,7% per le donne, mentre per gli uomini scende al 6,5%.
Differenze di genere caratterizzano anche la qualità del lavoro. Oltre un quarto delle donne occupate (26,2%) presenta elementi di vulnerabilità legati alla precarietà lavorativa (dipendenti a tempo determinato e collaboratori) e/o all’impossibilità di trovare un lavoro a tempo pieno (part-time involontario); tra gli uomini la quota dei lavoratori vulnerabili scende invece al 15,2%. Il fenomeno è più diffuso nel Mezzogiorno per entrambi i generi (33,4% le donne e 20,7% gli uomini), dove anche la differenza tra donne e uomini è ancora più ampia. 

 

IL DIVARIO RETRIBUTIVO E PREVIDENZIALE

Ma, oltre al gap occupazionale, c’è da registrare anche un forte divario in termini di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici.
Negli ultimi tempi la differenza salariale tra uomo e donna si sta riducendo, ma a ritmi lentissimi, tanto che nel lavoro l’aspetto retributivo sembra quasi appartenere a due mondi diversi. Sebbene, infatti, il ‘gender gap’ nelle retribuzioni stia registrando un leggero calo – è passato dall’8,8% del 2014 al 6,1% del 2022 (ultimo dato disponibile) che indica che le lavoratrici vengono retribuite mediamente il 6,1% in meno degli uomini – le donne in Italia sono ancora le più coinvolte nei contratti part-time e non riescono a trarre dal loro percorso di studi lo stesso vantaggio dei colleghi uomini. Lo svantaggio delle donne, ovunque evidente, è ancora più marcato nel Nord-Est, nel Centro e nel Nord-Ovest. 
Le donne tendono poi ad essere temporaneamente escluse dal mercato del lavoro più spesso rispetto agli uomini: interruzioni di carriera di questo tipo vanno a influenzare non solo il salario orario, ma anche il versamento dei contributi previdenziali, col risultato che il gender gap retributivo si riflette poi necessariamente sugli importi delle pensioni. Percorsi lavorativi più accidentati e precari e carriere meno brillanti determinano di conseguenza anche una differenza nei redditi da pensione.
Il 22º Rapporto annuale dell’INPS, presentato in Parlamento il 13 settembre 2023, ha evidenziato che il 56% della spesa per trattamenti pensionistici va agli uomini che percepiscono assegni superiori del 36% rispetto a quelli delle donne. Un dato che conferma il gender gap pensionistico già riscontrato negli anni precedenti.
In Italia il 52% dei pensionati è rappresentato da donne, che però percepiscono solo il 44% dei circa 322 miliardi di euro destinati alla spesa pensionistica.
Se si considerano gli importi medi dei trattamenti pensionistici, risulta un vantaggio maschile medio di oltre il 60% (1.430 euro mensili contro 884 nel 2022).
Al fine di monitorare l’eventuale disparità di genere nel trattamento pensionistico dei Paesi comunitari, la Commissione Europea ha elaborato il cosiddetto “gender gap in pension income”, un indicatore sintetico (elaborato sulla base di parametri di varia natura socioeconomica) che esprime la differenza, in termini percentuali, del reddito pensionistico lordo percepito dagli uomini rispetto a quello delle donne. Nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea, il valore dell’indicatore italiano risulta decisamente preoccupante: 35,6% contro il 29,5% della media europea. 

 

IL DIVARIO IN CAMPO INFORTUNISTICO

Il divario retributivo che penalizza le donne anche sul piano pensionistico, produce effetti negativi anche per quanto riguarda gli indennizzi che l’INAIL corrisponde ai lavoratori colpiti da infortunio o malattia professionale.
La rendita vitalizia per inabilità permanente, che spetta ai lavoratori che hanno subìto una menomazione psicofisica di media o alta gravità (16%-100%), è composta infatti da una quota commisurata unicamente al grado di inabilità (danno biologico) ed una quota che dipende dal grado di inabilità e dalla retribuzione percepita dal lavoratore nei dodici mesi precedenti l’evento lesivo (danno patrimoniale). È evidente, pertanto, che le rendite percepite dalle donne risultino, a parità di grado di inabilità, di importo mediamente inferiore a quello dei colleghi uomini.
Alla data del 31dicembre 2022 (ultimo dato disponibile) erano in vigore circa 540.000 rendite di inabilità permanente di cui 460.000 assegnate a lavoratori e 80.000 a lavoratrici; la rendita media annua generale risulta pari a 5.118 euro, ma mentre quella maschile ammonta a 5.264 euro quella femminile scende a 4.275, con un differenziale di quasi 1.000 euro l’anno. Un differenziale di circa 20 punti percentuali a svantaggio delle donne che, essendo il grado di invalidità medio poco differente tra maschi (27%) e femmine (25,5%), è da attribuire quasi interamente alle diverse retribuzioni adottate per il calcolo della rendita.
Per quanto riguarda, invece, l’incidenza infortunistica possiamo dire che storicamente i lavoratori sono molto più penalizzati rispetto alle loro colleghe donne.
Innanzitutto, il numero delle lavoratrici che si infortunano è nettamente inferiore a quello dei colleghi maschi. Nel corso dell’ultimo decennio (dati consolidati, esclusi gli anni del Covid) l’andamento infortunistico, sia in complesso che per i singoli sessi, si è mantenuto sostanzialmente stazionario: gli infortuni complessivi si attestano mediamente intorno alle 640.000 unità annue, quelli femminili a 230.000, vale a dire circa il 36% del totale. Quanto detto si riferisce ai valori assoluti, ma anche in termini relativi il gap risulta notevole: il tasso di incidenza infortunistica (numero di infortuni per 1.000 occupati) risulta pari a 30 per gli uomini e a 23 per le donne.
Il divario appare ancora più evidente per gli infortuni lavorativi mortali dove il numero di quelli femminili, in media circa 110 decessi l’anno, risulta pari a meno di un decimo di quelli maschili la cui media annua si attesta intorno ai 1.140 casi.
Per i casi mortali il tasso di incidenza (per 100.000 occupati) è pari a 8,3 per i lavoratori e a 1,1 per le lavoratrici.
C’è dunque, inequivocabile, una fortissima sperequazione nei livelli infortunistici dei due sessi, legati evidentemente alla differente rischiosità delle attività esercitate.
Le donne, come noto, sono occupate principalmente nei settori dei Servizi che hanno bassi livelli di frequenza infortunistica; la presenza degli uomini è invece assolutamente preponderante in settori di attività come le Costruzioni, i Trasporti,  la Metallurgia, l’Estrazione di minerali, la Lavorazione del legno ecc., che fanno registrare tassi di pericolosità notevolmente più elevati e nei quali la presenza femminile è praticamente marginale e circoscritta a ruoli quasi esclusivamente impiegatizi o dirigenziale e, comunque, amministrativi.
Ma esiste una “modalità” di infortunio che vede la donna decisamente penalizzata nei confronti del collega uomo: si tratta dell’infortunio “in itinere”, dove le donne (caso unico nel panorama infortunistico) rappresentano la maggioranza. 
Dei 105.000 infortuni che avvengono in media ogni anno nel nostro Paese, nel percorso da casa al posto di lavoro e viceversa, ben 54.000, pari al 51,4% del totale, vedono coinvolte donne.
Si tratta quasi esclusivamente di incidenti su mezzi di trasporto che si verificano prevalentemente negli orari di inizio o termine della giornata di lavoro. Ed anche in questo caso la causa va ricercata in una forma di penalizzazione della donna che lavora, la quale prima di andare al lavoro deve assolvere varie incombenze per i figli piccoli, il marito e, se presenti, un anziano non autosufficiente o un disabile. Analogamente, al ritorno dal lavoro ci sono altre incombenze seppure di altro tipo: fare la spesa, prendere i figli da scuola o in palestra ecc.. Tutto questo (peraltro confermato da un’indagine ad hoc svolta alcuni anni fa dall’ANMIL) determina nella donna, che si reca o ritorna dal lavoro al volante, uno stato di stress che la rende poco lucida e concentrata nella guida.
E non di rado, come si dice, ci scappa il morto: sui 350 infortuni mortali in itinere che si verificano in media ogni anno, 60 hanno per vittima una donna, 290 un uomo; si tratta, in questo caso di un rapporto donna/uomo di 1 su 5, praticamente il doppio di quello riscontrato per gli infortuni mortali in generale. I numeri INAIL ci dicono anche che, per la donna, il 55% degli infortuni mortali avviene in itinere. Un ulteriore contributo al tragico stillicidio di morti sul lavoro, che ogni giorno insanguinano le strade, i cantieri e le fabbriche del Belpaese.