Culle vuote in casa Italia di F. D’Amico a cura di Franco D'Amico

Nel 2019 ci sono state 435.000 nascite e 635.000 decessi, con un saldo negativo di 200.000 unità.

18 settembre 2020 – “Un paese a permanente bassa fecondità”. È con queste parole che l’ISTAT definisce tecnicamente il contesto demografico dell’Italia nel suo recente “Rapporto annuale 2020 – La situazione del Paese”. Da diversi decenni, infatti, il Paese sta attraversando un processo di radicale cambiamento della struttura demografica, che sta producendo e produrrà effetti ancora più significativi nei decenni a venire. Rispetto agli oltre 60 milioni di residenti odierni, ISTAT prevede che, sulla base dello scenario più probabile risultante dalle ultime previsioni demografiche, la popolazione dovrebbe scendere a circa 59 milioni entro il 2040 e a 53,8 milioni entro il 2065. La prevalente motivazione di tale tendenza è il risultato di diversi fattori tra i quali spicca il basso numeri di figli – soprattutto da parte degli italiani “nativi”, mentre gli immigrati tendono ad averne di più – che non riesce minimamente a compensare il numero di decessi. Nel 2019 sono nati infatti 435mila bambini mentre sono morte 635mila persone: un saldo naturale negativo di ben 200mila unità.
Questa differenza è stata solo in parte attenuata dal saldo positivo di 161mila unità fra ingressi ed espatri all’estero, quale effetto combinato di 307mila iscrizioni all’anagrafe italiana e 146mila cancellazioni verso altre nazioni.
In pratica in Italia si fanno pochi figli. Il “tasso di fecondità totale”, chiamato anche più comunemente “numero medio di figli per donna fertile”, dopo aver raggiunto nel 2010 il massimo di 1,46, è sceso poi ininterrottamente fino alla quota attuale di 1,32, che rappresenta il valore più basso tra tutti i Paesi europei.
In pratica, oggi, per ogni cento deceduti nascono 67 bambini, mentre dieci anni fa ne nascevano 96. Per riportare il numero dei nati almeno verso quota 500mila servirebbe un impulso più deciso delle nascite – sottolineano gli esperti demografi ISTAT – che corrisponde a una fecondità pari almeno a 1,58 figli per donna: un livello che resterebbe comunque al di sotto della media europea.
Ma per raggiungere quest’obiettivo sono indispensabili politiche a sostegno della natalità e della famiglia davvero incisive, che ancora non si sono viste alle nostre latitudini: asili nido gratuiti e per tutti, sussidi alle donne con figli o un anziano o un disabile in casa, adozione del cosiddetto “quoziente familiare” che consentirebbe ad un lavoratore con moglie e figli di usufruire di una aliquota fiscale ridotta, in ragione della dimensione del nucleo familiare, rispetto ad un lavoratore single.
Sono queste alcune delle misure che potrebbero spingere le nostre famiglie a non aver paura di fare figli, di non temere per il loro eventuale futuro che oggi non si prospetta certamente roseo.
Ma, oltre alla bassa natalità, c’è da considerare anche la sempre maggiore longevità degli anziani. Questi ultimi, proprio per le migliori condizioni di sopravvivenza che è ragionevole ipotizzare per il futuro (la speranza di vita prevista nel 2065 è superiore agli 86 anni per gli uomini e ai 90 anni per le donne), sono destinati ad aumentare di anno in anno e ad aggravare anche un fattore di carattere strutturale: il contingente di donne in età feconda tenderà gradualmente a diminuire. Del resto, anche il contributo della dinamica migratoria, per quanto prevista positiva e pari in media a oltre 165 mila unità aggiuntive annue, riuscirà solo in parte ad arginare il declino demografico del Paese sul piano numerico.
Va detto, inoltre, che tutte queste considerazioni – osserva l’ISTAT – non tengono conto degli effetti che l’attuale pandemia da COVID-19 risulterà avere sulla mortalità, sulla speranza di vita e sulle prospettive di natalità. Un ulteriore effetto riguarda la sostenibilità di tali dinamiche, che incideranno sui rapporti intergenerazionali destinati inevitabilmente ad alterarsi. Nel 2065, si stima che la quota degli individui in età attiva (15-64 anni) subirà un calo considerevole, pari a 9 punti percentuali (dal 64% attuale a meno del 55%). Contestualmente, la popolazione di 65anni e più vedrà crescere la sua consistenza di più di dieci punti percentuali (dall’attuale 23% ad oltre il 33%).
Il vistoso calo atteso della parte economicamente vitale della popolazione, a vantaggio di quella non più attiva, va ad aggravare ulteriormente il problema della sostenibilità di un sistema pensionistico ancora in parte fondato sulla gestione a ripartizione e più in generale della sostenibilità del sistema di protezione sociale nel suo complesso, che si rifletterà inevitabilmente ed inesorabilmente sulle persone socialmente ed economicamente più fragili.

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