Le conseguenze della pandemia sul sistema socioeconomico nazionale – di Franco D’Amico

UN PRIMO SEMESTRE DA DIMENTICARE

Le conseguenze della pandemia sul sistema socioeconomico nazionale stanno delineando scenari e prospettive ancora peggiori del previsto

6 agosto 2020 – La chiusura forzata tra marzo e maggio di ogni attività produttiva considerata non essenziale, per il contenimento dell’epidemia da Coronavirus e le successive difficoltà incontrate da parte delle imprese nel riprendere la produzione a pieno regime nel periodo post-lockdown, hanno segnato in senso fortemente negativo tutti gli indicatori socioeconomici nazionali del primo semestre 2020.
Per il secondo trimestre 2020, ISTAT stima che il Prodotto Interno Lordo (PIL) sia diminuito del 12,4% rispetto al trimestre precedente e del 17,3% in termini tendenziali, rispetto cioè al secondo trimestre 2019. La variazione negativa del PIL è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti i comparti produttivi, dall’Agricoltura, silvicoltura e pesca, all’Industria fino al complesso dei Servizi. La variazione acquisita per l’anno 2020 risulta pari a -14,3%. Sono dati che si attestano su valori più negativi rispetto a quelli previsti; né può consolare che situazioni pressoché analoghe, se non peggiori, si registrano in quasi tutto il Vecchio Continente e in particolare negli USA dove il PIL del secondo trimestre segna addirittura -32,9%. Anche sul fronte della Produzione industriale la situazione non è confortante: il Centro Studi della Confindustria rileva una diminuzione tendenziale del 33,8% nel mese di maggio, che fa seguito al – 44,3% di aprile; mentre gli Ordinativi sono diminuiti del 51,6% a maggio e del 29,6% ad aprile. A risentirne, ovviamente, sono stati, tra gli altri, i Consumi delle famiglie, che nel secondo trimestre 2020 si sono ridotti del 29,7% in complesso e di ben il 54,5% per la sola domanda di servizi.
Anche l’Occupazione soffre una crisi molto pesante: secondo l ‘Istat “a giugno 2020 le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione hanno determinato un calo rilevante rispetto al mese di giugno 2019 di 752mila unità (pari a -3,2%), che coinvolge entrambi i generi, sia i dipendenti (-613mila) che gli autonomi (-140mila) e tutte le classi d’età; l’unica eccezione risultano essere gli over50 (+102mila).”
A giugno il tasso di disoccupazione in Italia è risalito all’8,8%, in aumento di 0,6 punti rispetto a maggio, mentre il tasso di disoccupazione giovanile (15-24anni) è schizzato al 27,6%, in rialzo di 1,9 punti rispetto al mese precedente.
In questo contesto, anche la fisionomia del fenomeno infortunistico è stata completamente stravolta dall’impetuoso tsumani scatenato dalla pandemia da Covid-19. Da una parte, infatti, il blocco delle attività, che ha riguardato praticamente tutte le attività dell’industria e dei settori ad essa collegati, ha comportato una drastica riduzione delle denunce di infortunio sul lavoro che, dopo aver toccato punte superiori a -40% nei mesi di marzo ed aprile, nel semestre gennaio-giugno di quest’anno fanno registrare un calo del 24,4% rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso, arrivando a un totale di circa 245.000 casi. In forte diminuzione anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono scese a poco più di 20.000 casi, facendo registrare una flessione del 37,6%; nei mesi del lockdown si erano toccate punte di -50/60%.
Dall’altra parte, invece, c’è da rilevare come il calo degli infortuni lavorativi sia stato in buona parte limitato dalle denunce di infezioni da Covid-19 che, come noto, sono state assimilate a infortuni sul lavoro: al 30 giugno sono state, infatti, circa 50.000 le denunce di infortunio a seguito di Covid-19, pari quasi al 25% di tutte le denunce di infortunio pervenute all’INAIL dall’inizio dell’anno. Al netto delle denunce da contagio il calo degli infortuni sarebbe stato ancora più sostenuto e pari al 40%. Per quanto riguarda, invece, i casi mortali le denunce per Covid-19 nel primo semestre 2020 sono state 252 quasi la metà del totale di 570 decessi denunciati. L’apporto degli infortuni mortali causati dalla pandemia, in questo caso, è stato determinante nel bilancio complessivo degli infortuni con esito mortale che, nel 1^ semestre 2020, fa registrare un aumento del 18,3% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Se, invece, non si considerassero i decessi da infezione Covid, il bilancio dei morti si ribalterebbe segnando un calo semestrale del 34%.
I 252 lavoratori morti per contagio, sono concentrati soprattutto tra gli uomini (82,5%), nella fascia di età 50-64 anni (69,8%) e con un’età media al decesso di 59 anni. La maggior parte dei decessi si è verificata nel Nord-Ovest con una quota pari al 58,3% del totale nazionale, mentre il Sud, con il 15,1% dei casi, precede il Nord-Est (13,1%), il Centro (11,9%) e le Isole (1,6%). La Lombardia è la regione più colpita (44,8% dei decessi); tra le province lombarde, Bergamo con 32 morti conferma il primato negativo, seguita da Milano (22), Brescia (20) e Cremona (16).
C’è da rilevare, infine, un altro dato significativo da cui emerge che oltre un terzo dei decessi (36,6%) si è registrato nell’ambito della Sanità e dell’assistenza sociale (che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili) e delle ASL.