Chiarimenti su tutela nei casi accertati di infezione da #Coronavirus a cura dell’Ufficio Salute e sicurezza ANMIL

Roma, 26 maggio 2020 – Con la circolare n. 22 del 20 maggio 2020 l’INAIL ha fornito istruzioni operative e chiarimenti su alcune problematiche sollevate in relazione alla tutela infortunistica da #Covid-19 in occasione di #lavoro.
Nel dettaglio, la circolare n. 22/2020 – diramata ad integrazione e precisazione delle indicazioni fornite con la circolare n. 13 del 3 aprile 2020 – ha ribadito che l’INAIL a norma dell’art. 42, comma 2 del D.L. n. 18/2020 (convertito con modifiche dalla legge n. 27/2020) fornisce tutela infortunistica ai lavoratori che hanno contratto l’infezione #SARS-Cov-2 in occasione di lavoro, secondo il consolidato principio giuridico che equipara  la causa virulenta alla causa violenta propria dell’infortunio.
Secondo l’Istituto l’infezione da #SARS-Cov-2, come accade per tutte le infezioni da agenti biologici se contratte in occasione di lavoro, è tutelata dall’INAIL quale infortunio sul lavoro e ciò anche nella situazione eccezionale di pandemia causata da un diffuso rischio di contagio in tutta la popolazione. Si tratta della riaffermazione di principi vigenti da decenni nell’ambito della disciplina speciale infortunistica, confermati dalla scienza medico-legale e dalla giurisprudenza di legittimità in materia di patologie causate da agenti biologici.
Nella circolare in commento è stato altresì ricordato che il richiamato articolo 42 ha disposto che l’indennità per inabilità temporanea assoluta debba coprire anche il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria. A riguardo è stato puntualizzato che la disposizione ha dato seguito a un principio già affermato dalla giurisprudenza, secondo cui l’impedimento presupposto dall’art. 68 del D.P.R. n.1124/1965, ai fini della attribuzione della indennità di inabilità temporanea assoluta, comprende, oltre alla fisica impossibilità della prestazione lavorativa, anche la sua incompatibilità con le esigenze terapeutiche e di profilassi del lavoratore.
L’INAIL ha anche ribadito che gli oneri degli eventi infortunistici del contagio non incidono sull’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico e quindi non comportano maggiori oneri per le imprese.
Con la circolare n. 22/2020 sono stati inoltre meglio precisati i criteri e la metodologia su cui l’Istituto si basa per ammettere a tutela i casi di contagio da nuovo coronavirus avvenuti in occasione di lavoro. In tal senso è stato evidenziato che non c’è alcun automatismo ai fini dell’ammissione a tutela dei casi denunciati, infatti occorre sempre accertare la sussistenza dei fatti noti, cioè di indizi gravi, precisi e concordanti sui quali deve fondarsi la presunzione semplice di origine professionale, ferma restando la possibilità di prova contraria a carico dell’Istituto.
In altri termini, secondo l’istituto, la presunzione semplice, che ammette sempre la prova contraria, presuppone comunque l’accertamento rigoroso dei fatti e delle circostanze che facciano desumere che il contagio sia avvenuto in occasione di lavoro. Dunque l’INAIL deve valutare tutti gli elementi acquisiti d’ufficio, quelli forniti dal lavoratore nonché quelli prodotti dal datore di lavoro, in sede di invio della denuncia d’infortunio contenente tutti gli elementi utili sulle cause e circostanze dell’evento denunciato.
Pertanto non possono confondersi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo INAIL con i presupposti per la responsabilità penale e civile che devono essere rigorosamente accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative. In questi, infatti, oltre alla prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità quantomeno a titolo di colpa della condotta del datore di lavoro. La circolare n. 22/2020 a riguardo conclude ribadendo che il riconoscimento del diritto alle prestazioni da parte dell’INAIL non può assumere rilievo per sostenere l’accusa in sede penale, essendo la responsabilità del datore di lavoro ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei Protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del D.L. 16 maggio 2020 n.33.
Con la circolare n. 22/2020 l’INAIL ha altresì chiarito le condizioni per l’eventuale avvio dell’azione di regresso, precisando a tal fine che in assenza di una comprovata violazione delle misure di contenimento del rischio di contagio indicate dai provvedimenti governativi e regionali, sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro.
Precisamente, nella circolare in parola è stata richiamata la sentenza della Corte di Cassazione a SS.UU. n. 30328 del 10 luglio 2002, nella quale è stato affermato che: “nel reato colposo omissivo improprio, quale è quello ipotizzabile nella fattispecie, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicché esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo…” e che “l’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza del nesso causale tra condotta ed evento, e cioè il ragionevole dubbio, in base all’evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante dell’omissione dell’agente rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell’evento lesivo comportano l’esito assolutorio del giudizio”.
Inoltre, secondo l’Istituto l’attivazione dell’azione di regresso presuppone anche l’imputabilità a titolo, quantomeno, di colpa, della condotta causativa del danno. In assenza di una comprovata violazione, da parte del datore di lavoro, pertanto, delle misure di contenimento del rischio di contagio di cui ai protocolli o alle linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del D.L. del 16 maggio 2020, n.33, sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro.

Per approfondire: Circolare_20_maggio_2020_n_22

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