“Diritti delle donne lavoratrici, rischi infortunistici e tutela del lavoro”, resoconto dell’evento ANMIL in Senato

3 marzo 2022 – L’approccio basato sulle differenze di genere rispetto ai temi della sicurezza sul lavoro, e nella società, e negli interventi/lavori di cura, deve diventare nel futuro un contributo qualificante. E questo deriva non da un astratto schema ideologico ma dalle necessità dettate dall’esperienza del Covid, e da tutte le altre emergenze correlate, ma anche dall’urgenza di una visione del futuro che non può non essere inclusivo. ANMIL su questo è pronta a fare le sue proposte. Proposte che provengono non solo da chi ha subito direttamente gli infortuni ma anche da chi ne ha subito le conseguenze: mogli, madri, figlie delle vittime e degli infortunati sul lavoro.
Si può sintetizzare così il senso del convegno che si è tenuto questa mattina (su iniziativa del Sen. Gianclaudio Bressa) dove ANMIL ha presentato uno studio riguardante la condizione delle donne in relazione alla sicurezza sul lavoro, dal titolo “Diritti delle donne lavoratrici, rischi infortunistici e tutela del lavoro” in occasione della Giornata Internazionale della Donna.
Il convegno si è svolto nella prestigiosa Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani con partecipazione del pubblico in parte in presenza e in parte a distanza in diretta streaming.
I lavori, coordinati dalla giornalista Luce Tommasi, sono stati introdotti dagli interventi di saluto del Segretario della Commissione Lavoro del Senato e Membro della Commissione di Inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia Sen. Sergio Romagnoli; del Presidente nazionale ANMIL Zoello Forni; delle componenti della Commissione per le Pari Opportunità ANMIL Anna Di Carlo, Maria Agnello e Adele Chiello Tusa; del Ministro per le Disabilità Erika Stefani e del Presidente INAIL Franco Bettoni.
Sono stati relatori del convegno l’esperto dei servizi statistici ANMIL Franco D’Amico; la Presidente della Commissione Sanità del Senato Sen. Anna Maria Parente; la Direttrice del Network “DonnexDiritti” Luisa Betti Dakli; la Coordinatrice del Comitato Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi Angela Quaquero; il Direttore centrale Prevenzione INAIL Ester Rotoli; il Segretario della Commissione permanente d’Istruzione pubblica, Membro della Commissione di Inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia e Membro della Commissione straordinaria di tutela e promozione dei diritti umani Sen. Michela Montevecchi. Ha concluso i lavori il Direttore Generale ANMIL Sandro Giovannelli.
A partire dalla dichiarazione di pandemia di Covid-19, il legislatore nazionale è intervenuto attraverso un’imponente produzione normativa emergenziale a tutela della salute pubblica.
Numerosi provvedimenti normativi e regolatori, finalizzati a contrastare la diffusione del contagio da Covid-19, hanno interessato gli ambienti di lavoro. In particolare, tra i primi provvedimenti adottati, spiccano le regole precauzionali di contenimento del contagio nei luoghi di lavoro ad opera dei Protocolli condivisi con le parti sociali, nonché le norme sulla sorveglianza sanitaria eccezionale per i lavoratori fragili. In secondo luogo, il perdurare dell’emergenza pandemica ha orientato il legislatore all’estensione dell’obbligo di green pass (ordinario e rafforzato) nei luoghi di lavoro, nonché all’introduzione progressiva dell’obbligo vaccinale per alcune categorie di lavoratori.
Quest’anno, dunque, l’ANMIL ha voluto rendere omaggio alle donne che hanno continuato a lavorare per contribuire a resistere in questa pandemia, dedicando loro questo studio che mette in luce come il contesto socio-economico abbia reso travagliata anche la fisionomia del fenomeno infortunistico. Secondo i dati elaborati dall’INAIL, con riferimento al consuntivo 2020-2021, nel biennio sono stati denunciati complessivamente circa 191.000 infortuni da infezione da Covid in ambito lavorativo; di questi ben 130.000, pari al 68,3% del totale, hanno colpito la componente femminile, contro il 31,7% di quella maschile. La situazione si capovolge nel caso di infortuni mortali: 811 casi in complesso, di cui 669 hanno colpito gli uomini (82,5%) e 142 le donne (17,5%).
E proprio sui numeri il Presidente di ANMIL Zoello Forni ha aperto il suo intervento ricordando come lo scorso mese di gennaio 57milacinquecento83 lavoratori hanno denunciato all’INAIL un infortunio sul lavoro che rispetto alle denunce del gennaio 2021 sono state ben il 47% in più!
“E per chi obiettasse – ha aggiunto Forni – che lo scorso anno c’era ancora la pandemia ed una contrazione del lavoro – a differenza della straordinaria ripresa economica che stiamo vivendo con un conseguente aumento delle ore lavorate – segnaliamo che rispetto al mese di gennaio 2019, ovvero prima del Covid, le denunce di infortuni di gennaio 2022 sono comunque state del 23% in più”.
Le denunce di infortunio da parte delle donne lavoratrici sono state del 61,9% in più rispetto a quelle degli uomini.

LO STUDIO IN SINTESI 

Quello che ANMIL ha voluto indagare, offrendo così al mondo politico e istituzionale un utile strumento di documentazione e anche di ricerca – a riconoscerlo pubblicamente è lo stesso Sen. Sergio Romagnoli –  sono soprattutto le conseguenze che questi due anni di pandemia hanno prodotto sulla condizione lavorativa delle donne, le quali si sono fatte carico, oltre che della propria attività lavorativa, anche dell’aumento esponenziale delle responsabilità di cura dei figli, degli anziani e dei familiari non autosufficienti.
Durante le fasi di lockdown, il 74% delle donne ha continuato a lavorare (contro il 65% degli uomini), dovendo allo stesso tempo garantire la cura della famiglia, che con la chiusura delle scuole si è fatta sempre più complicata.
Oltre 3 milioni di donne, ad esempio, hanno dovuto al tempo stesso lavorare e assistere i figli impegnati nella didattica a distanza. Situazioni spesso inconciliabili che hanno portato sempre più donne ad abbandonare il lavoro: nel 2020 si era registrato un calo complessivo degli occupati di 444mila unità, delle quali oltre il 70% era composto da donne. Con la ripresa delle attività produttive nel 2021 e l’attenuarsi allo stesso tempo degli effetti della pandemia sul mondo del lavoro, anche l’occupazione femminile ha visto un miglioramento, con un tasso di occupazione delle donne del 50,5%, trainato tuttavia perlopiù da contratti a termine e precari.
La pandemia ha avuto pesanti ripercussioni anche sul fronte della salute e della sicurezza sul lavoro delle donne. La Sen. Anna Maria Parente ha ricordato a tutti che oltre alle manifestazioni evidenti e immediate della patologia bisognerà poi capire cosa sta accadendo per quanto riguarda il cosiddetto “long Covid”.
Gli infortuni sul lavoro causati dal Covid, denunciati nel biennio 2020-2021, hanno confermato che il virus ha colpito più le donne lavoratrici con il 68,3% rispetto agli uomini, specialmente nei settori della sanità e dell’assistenza sociale, caratterizzati da una forte presenza femminile.

LE PROPOSTE DI ANMIL

Il Presidente Forni ha sottolineato che sono del tutto mancati gli interventi a sostegno dell’occupazione femminile, specie delle madri. “Misure che avrebbero permesso e permetterebbero alle madri di stare nel mercato del lavoro e, al contempo, funzionerebbero da strumenti di pari opportunità per la conciliazione dei tempi di vita extra-lavorativa”.
Come è uscito con chiarezza anche dagli altri interventi, sia della parte politica che di quella istituzionale, ma anche dagli addetti ai lavori, come i rappresentanti di INAIL Franco Bettoni ed Ester Rotoli, dal punto di vista della prevenzione occorre chiedersi se e in quale misura l’essere donna influisca sulle cause e sulle circostanze degli infortuni in azienda in modo diverso rispetto a quanto accade per gli uomini e come questo possa influire anche sul percorso di pieno recupero dopo un infortunio. Occorre quindi pensare in modo nuovo alle politiche sulla sicurezza, in un’ottica di genere. “Gender Oriented” come ha scritto il Ministro del Lavoro Andrea Orlando nel suo messaggio letto in apertura dei lavori.
Si è sottolineato, per esempio, come il grande capitolo dello stress da lavoro correlato ha bisogno di una contestualizzazione di genere. E questo non può non avere riflessi su come si valutano i pesi dei rischi. Il Covid ci ha insegnato, poi, come alla situazione già difficile di per sé nel settore dei lavori di cura le lavoratrici dovevano aggiungere comunque il carico dell’impegno in famiglia.
Pensiamo, per esempio, a quanto può avere inciso il fatto di seguire i propri figli nella Dad. Pensiamo poi, ancora, alle conseguenze, sempre sbilanciate in sfavore della condizione delle donne, in alcuni settori tenuti troppo ai margini della lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica, come quello dello spettacolo. A farsene interprete è la Sen. Laura Montevecchi, nel corso del suo intervento, in cui sottolinea anche le grandi disparità di trattamento in busta paga, in quella che può essere considerata una sorta di “condanna al precariato”. Montevecchi suggerisce la necessità di un approccio al mondo del lavoro nell’ottica di genere che non può più essere per punti ma complessivo, fino a prevedere alcune piccoli ma importanti rivoluzioni come “l’educazione affettiva”.
Nel frattempo, come sottolinea la Coordinatrice del Comitato Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi Angela Quaquero, alcune cose si possono fare subito, come un’equilibrata redistribuzione degli incarichi. Anche perché lo squilibrio fa in modo che sulla donna ne gravino troppi e non qualificati.
La giornalista Luisa Betti Dakli, infine, ha cercato di dare un respiro internazionale al confronto sottolineando un dato davvero agghiacciante: sono 243 milioni le donne che hanno subito violenza durante il periodo di lockdown nel quadro di una ripresa di questo fenomeno. 
Un quadro a parte quello che riguarda la condizione delle donne portatrici di disabilità e messo in evidenza dall’intervento del Ministro Erika Stefani, che ha parlato esplicitamente di “doppia discriminazione”. Stefani, nel richiamare tutti ad una maggiore attenzione verso quelli che potrebbero essere considerati settori marginali, ha sottolineato come un salto di qualità può arrivare solo da un “patto di alleanza” tra tutti i soggetti interessanti, riconoscendo in questo il grande lavoro che sta svolgendo ANMIL.
Dal punto di vista della tutela, occorrono interventi urgenti in favore delle vedove di vittime del lavoro, che si trovano all’improvviso da sole a dover sostenere il carico familiare e a mantenere figli che seppur maggiorenni non riescono a trovare un lavoro stabile prima dei 30 anni.
“In loro favore sarebbe dunque auspicabile un ampliamento della quota di riserva – riconosciuta per legge dall’art. 18, comma 2, della L. 68/99 -, sottolinea Forni, istituendone una dedicata ai superstiti dei caduti sul lavoro, come anche ai coniugi e figli dei grandi invalidi del lavoro. La nostra proposta sarebbe quella di fissare questa quota al 7% per i datori di lavoro che occupano più di 150 dipendenti e in 3 lavoratori per coloro che occupano da 51 a 150 dipendenti”.
“Si dovrebbe poi fare di più – continua il Presidente nazionale ANMIL – per garantire l’applicazione della stessa legge sul collocamento mirato in favore di vedove e orfani, in particolare dando concreta attuazione alla loro prevista equiparazione alle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, per garantirgli di accedere al collocamento con precedenza rispetto ad ogni altra categoria e con preferenza a parità di titoli. Ma di fatto questo provvedimento rimane solo sulla carta”.
Un’analisi approfondita e puntuale che, del resto, ha trovato riscontro anche nelle testimonianze che si sono via via susseguite. Come quelle di Anna Di Carlo, Adele Chiello Tusa e Maria Agnello. Storie segnate dalla perdita dei propri cari e anche dall’infortunio diretto sul lavoro.
“Un’epoca che sembra lontana – dice Di Carlo – quando mi accompagnarono in ospedale in Cinquecento ed io impazzivo dal dolore a causa della mano sanguinante”. Davvero così distante? No, stando alle testimonianze delle vedove o delle madri, costrette a vivere a causa dei tempi lunghi della giustizia comunque un secondo calvario, e anche una grande solitudine nel trovarsi senza un capofamiglia che provvede al reddito.

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