La disabilità va in scena con la danza: il corpo protagonista oltre i limiti e gli stereotipi

Lo studio della dottoranda di Leeds sul binomio danza-disabilità e la possibilità di superare i pregiudizi e discriminazioni attraverso l’arte.

Roma, 15 aprile – Stefania Di Paolo, dottoranda presso l’Università di Leeds, dove sta svolgendo una ricerca proprio sul tema della danza e la disabilità, racconta come i danzatori disabili si stiano inserendo anche nel contesto culturale italiano, puntando al riconoscimento della propria professionalità.
“La danza -afferma- è un linguaggio corporeo: la presenza di un corpo o di una mente con disabilità sul palco permette di superare molti preconcetti e luoghi comuni rispetto a chi è un danzatore e chi può legittimamente fare danza.
In Italia, la questione del riconoscimento della professionalità del danzatore disabile è sicuramente più recente che in altri paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Quando si pensa alla danza e alla disabilità, spesso si considera l’aspetto terapeutico, dove la persona disabile è vista come un paziente, un malato, mentre molti artisti e artiste con disabilità stanno conquistando visibilità e riconoscimenti come veri professionisti dello spettacolo”.
“In Gran Bretagna, c’è un’attenzione molto alta sul rapporto tra le arti performative e la disabilità. – spiega Di Paolo, anche lei disabile a causa di un incidente stradale –Anche in televisione, o nei teatri, la rappresentanza degli artisti disabili è molto più diffusa che in Italia. Il British Council ha messo in piedi diverse iniziative per promuovere l’inserimento degli artisti con disabilità nel mercato del lavoro, e diversi istituti come il Northern Ballet stanno avviando corsi di formazione per danzatori disabili e così tante altre associazioni che si rivolgono a persone con disabilità. Anche in Italia, la situazione si sta evolvendo e ci sono molti esempi di inclusione in questo senso, soprattutto per quanto riguarda il mondo dei festival, ma ancora servono spazi e processi diffusi di professionalizzazione delle persone con disabilità nel settore e una riflessione condivisa che consideri i lavoratori dello spettacolo con disabilità degli interlocutori essenziali in tutti i settori della cultura”.
Durante il primo lockdown Stefania Di Paolo si è inventata la  piattaforma Talkwithdance, che su Facebook e Instagram offre ad artisti, operatori e istituzioni dello spettacolo uno spazio di dialogo e autoriflessione, in particolare centrato sulla danza contemporanea e sull’inclusione.
In Italia, invece, tra le iniziative più all’avanguardia c’è il Festival di danza contemporanea Oriente Occidente di Rovereto, che ha avviato un tavolo di lavoro proprio sull’inclusione di danzatori e danzatrici con disabilità. Dal festival è nato il gruppo Al Di Qua Artists, composto da artisti e lavoratori con disabilità del mondo dello spettacolo. Esiste poi la Compagnia Fuori Contesto di Roma, una compagnia mista di persone con e senza disabilità, che ha messo in piedi un  festival Fuori posto, per indagare la questione dell’inclusione sociale delle persone con disabilità, e  Dance Well, iniziativa del Comune di Bassano del Grappa che ha messo insieme una comunità di performer tutti affetti da Parkinson, in un’ottica non di danza terapia ma di pratica artistica. E per quanto riguarda la comunità Sorda, il Festival del silenzio di Milano porta all’attenzione di un pubblico misto le potenzialità dell’arte Sorda nel teatro e nelle arti performative, utilizzando la lingua dei segni come strumento espressivo.
“Artisti disabili stanno conquistando sempre maggiore visibilità in molti festival italiani, non solo dedicati alla disabilità. – racconta Di Paolo –L’artista con disabilità, non deve essere considerato come un ospite dello spettacolo, ma come una presenza legittima, solo in questo modo, può diventare una spinta per ripensare all’intero sistema di produzione e fruizione dell’opera d’arte in un senso più inclusivo”.
“La disabilità, tra i vari tipi di discriminazione, è particolare perché è una condizione potenziale di ogni individuo: tutti noi nella vita potremmo sperimentarla.
È guardando alla disabilità che dobbiamo organizzare una società migliore e più inclusiva: quella del rispetto fondamentale della persona, nella sua identità di essere umano e di professionista”.