Secondo l’ultimo Rapporto ISTAT-ACI (presentato a novembre 2011), nell’anno 2010 sono stati registrati in Italia 211.404 incidenti stradali con lesioni a persone; il numero dei feriti è stato pari a 302.735, mentre i morti sulla strada sono stati 4.090.
Il confronto con l’anno precedente vede una leggera diminuzione del numero di incidenti (pari a -1,9%) e dei feriti (-1,5%) e un calo più consistente del numero di morti (-3,5%).
Per quanto riguarda i morti sulle strade, nel decennio 2001-2010 vi è stato nel nostro Paese un calo complessivo del 42,4% ; tale valore è di poco inferiore rispetto all’obiettivo fissato dall’Unione Europea nel “Libro Bianco” del 2001, che prevedeva la riduzione della mortalità del 50% entro il 2010, ma è in linea con la media europea U.E.27, che è risultata pari a -42,8%.
I maschi rappresentano la stragrande maggioranza (80%) dei morti in incidenti stradali con 3.250 unità, 840 sono donne. Per i maschi, la classe di età in cui si registra il maggior numero di decessi è quella giovanile compresa tra i 20 e i 24 anni; ma valori molto elevati si riscontrano anche in corrispondenza delle fasce di età immediatamente successive 25-29 e 30-34 anni. Il problema delle morti sulla strada si conferma pertanto anche nel 2010 (ma la situazione si ripete ormai da molti anni) come un dramma di forte connotazione maschile e giovanile. Anche per le donne i picchi di mortalità si registrano per la classe di età 20-24 anni, come per i maschi anche se in misura molto più ridotta; frequenze elevate si riscontrano anche per le donne di età più anziana 75-84 anni che vengono coinvolte prevalentemente in incidenti stradali con investimento di pedoni.
Anche per quanto riguarda i feriti in incidenti stradali le età per le quali si registrano le frequenze più elevate, per entrambi i sessi, sono quelle giovanili in particolare quelle comprese tra i 20 e i 24 anni. Per entrambe le distribuzioni di morti e feriti per sesso ed età – osserva l’ISTAT – gli uomini risultano comunque più penalizzati rispetto alle donne.
La distribuzione degli incidenti stradali nell’arco della giornata conferma una struttura del fenomeno ormai ampiamente consolidato e strettamente correlato ai tempi di vita e di lavoro delle persone coinvolte, evidenziando come la componente lavorativa abbia un peso non indifferente nella incidentalità stradale. Un primo picco sia di incidenti che di morti si riscontra, infatti, tra le 8 e le 9 del mattino, fascia oraria nella quale si effettuano gli spostamenti casa-lavoro e casa-scuola; un secondo picco si osserva tra le 12 e le 13 in corrispondenza dei percorsi scuola-casa ed anche in relazione alla mobilità di alcune categorie di lavoratori (in particolare commercianti) che usufruiscono dell’orario non continuato.
Ma la punta massima in assoluto di incidentalità si registra intorno alle ore 18, un orario in cui si combinano gli effetti dell’aumento della circolazione stradale dovuto agli spostamenti per tornare dal luogo di lavoro verso l’abitazione con quelli di altri fattori quali l’accumulo di dispendio di energie e di stress da lavoro e la difficoltà di percezione visiva per il venir meno della luce naturale non ancora pienamente sostituita da quella artificiale. Per tutto l’arco di tempo che va dalle 20 alle 7 del mattino l’indice di mortalità stradale si mantiene nettamente superiore alla media giornaliera di 1,9 decessi ogni 100 incidenti e raggiunge il valore massimo assoluto intorno alle ore 4 di notte, con 5,7 morti ogni 100 incidenti.
Un bilancio complessivo, calcolato recentemente da ISTAT, ha messo in evidenza che negli ultimi dieci anni sono morte circa 55.000 persone sulle strade italiane.
Il contributo del mondo del lavoro a questo triste bilancio è significativo: secondo i dati ufficiali pubblicati dall’INAIL, nel 2010 sono stati 540 i morti avvenuti sulle strade e collegati all’attività lavorativa della vittima, pari quindi al 13,2% dei 4.090 morti complessivamente in incidenti stradali.
Dei 540 infortuni mortali collegati al lavoro, 244 (pari al 45%) hanno colpito lavoratori nel tragitto per recarsi o tornare dal posto di lavoro (in itinere); mentre 296 ( 55%) sono stati i morti sulle strade avvenuti “in occasione di lavoro”, quelli cioè per cui la strada costituisce il vero e proprio posto di lavoro (autotrasportatori merci, addetti al trasporto persone, rappresentanti, addetti alla manutenzione stradale ecc.).
Il settore economico maggiormente coinvolto è, naturalmente, quello dei Trasporti che, nel 2010, ha registrato 134 infortuni mortali. In questo senso, appare evidente come strettamente collegato al problema dell’incidentalità stradale sia quello non meno importante del trasporto merci che, in Italia, presenta caratteristiche del tutto peculiari rispetto agli altri Paesi europei.
Sin dagli inizi degli anni sessanta, nel nostro Paese, si è affermata la tendenza a privilegiare il mezzo privato a scapito di quello pubblico e la strada rispetto ad altre modalità di trasporto come la ferrovia o per via mare. Le conseguenze sia in termini di impatto ambientale che in termini di sicurezza sono sotto gli occhi di tutti.
“Siamo strangolati da un sistema di trasporto merci che viaggia per oltre l’80% su gomma. Solo il 5% delle merci in Italia va su ferrovia ”. E’ quanto ha affermato recentemente il neoministro dell’Ambiente Corrado Clini, in occasione di una conferenza ufficiale, riferendosi ai blocchi degli autotrasportatori che in quei giorni stavano paralizzando il Paese.
Rispetto all’80% dell’Italia, la media europea della quota di merci trasportate su strada sul totale delle merci trasportate è pari circa al 65%. Negli altri Paesi infatti sono molto più sviluppate le altre modalità di trasporto merci in particolare quelle per treno o nave.
In Italia circa 1,5 miliardi di tonnellate di merce viene trasportato ogni anno su strada e questo sviluppa un traffico di circa 150 miliardi di tonnellate per kilometro percorso, con conseguenze rilevanti in termini di costi economici, ambientali e soprattutto umani: nel 2010 il settore “Trasporto merci su strada” ha registrato circa 15.000 infortuni sul lavoro di cui 85 mortali.
Anche in termini relativi il settore dei Trasporti presenta livelli di rischio molto elevati che lo collocano ai primi posti tra i lavori più pericolosi, a tutti i livelli di gravità.
L’indice di frequenza del settore, elaborato e diffuso ufficialmente dall’INAIL, risulta pari a 36,3 infortuni per 1.000 addetti/anno, un valore che pone i Trasporti nettamente al di sopra della media generale (pari a 25,2) ed al 5° posto della graduatoria settoriale preceduto da Metallurgia, Lavorazione minerali non metalliferi, Legno e Costruzioni. Situazioni ancora più preoccupanti si riscontrano per gli infortuni di elevata gravità (inabilità permanente e morte); in particolare, per gli infortuni mortali il settore dei Trasporti esprime un indice di frequenza pari al triplo di quello medio generale e si colloca al 2° posto della graduatoria di mortalità preceduto soltanto dall’Estrazione di minerali e seguito, a brevissima distanza, dal settore delle Costruzioni.
Franco D’Amico
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