Infortuni sul lavoro: l’ubriachezza della vittima non discolpa il datore


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Il Commento alla Sentenza della IV Sezione penale della Cassazione

 di Mauro Dalla Chiesa, Legale del Patronato ANMIL


Troppe volte, nell’esperienza di chi scrive, le difese datoriali sono andate e vanno a parare su questo argomento.

Spesso l’ubriachezza è del tutto inventata, e così l’accusa rivolta nei confronti di una vittima di infortunio è vile ed offensiva.

Ma quand’anche l’ebbrezza alcolica, in occasione dell’incidente, sia reale, ciò non manda esente da responsabilità il datore di lavoro.

Lo ha recentemente certificato la IV Sezione penale della Cassazione, che con la sentenza n. 38129/2013 ha confermato la condanna per omicidio colposo a carico del legale rappresentante di una cooperativa vinicola.

Questi si era tra l’altro difeso sostenendo che la vittima – un dipendente della cooperativa, che era affogato in una vasca di mosto a seguito di caduta da una paratia – fosse incorso nell’incidente esclusivamente per il proprio grave stato di alterazione, dovuto all’ingestione di una grossa quantità di alcolici.

La Cassazione ha rigettato fermamente l’assunto difensivo, evidenziando che lo stato di ebbrezza del lavoratore non può costituire un fatto di imprevedibilità tale da interrompere ogni nesso di causalità tra il sinistro e le omissioni datoriali in fatto di misure di prevenzione e sicurezza.

Del resto, ha evidenziato condivisibilmente il Giudice di legittimità –, nel nostro ordinamento ci sono specifiche norme che impongono al datore di lavoro, “nell'affidare i compiti ai lavoratori, [di] tenere conto delle capacità e delle condizioni degli stessi in rapporto alla loro salute e alla sicurezza (art. 18, lett. C) Testo unico salute e sicurezza nei luoghi di lavoro), e di considerare, tra i rischi oggetto di valutazione ai sensi dell’art. 28, comma 1 dello stesso Testo unico, anche quello connesso all’assunzione di alcolici da parte dei lavoratori.

Ciò significa che anche a livello legislativo l’alterazione psico fisica dovuta all’ingestione di sostanze alcoliche è qualificata come rischio prevedibile, e quindi tutt’affatto eccezionale.

Quando un rischio è prevedibile e prevenibile – attraverso idonee verifiche e misure di neutralizzazione – l’evento infortunistico che ne sia conseguenza è sempre imputabile al datore di lavoro.

Anche i Giudici di merito si sono da tempo indirizzati verso questa conclusione.

In un caso recentemente deciso dal Giudice del Lavoro del Tribunale di Bergamo (sent. n. 983/2012), si è efficacemente affermato che l’evidente stato di ubriachezza della vittima “aggrava ulteriormente la posizione del datore di lavoro”, che è responsabile “per aver consentito al dipendente di lavorare in condizioni di alterazione”.

Tale conclusione è la logica e necessaria conseguenza di una corretta lettura dell’art. 2087 c.c., che impone al datore di adottare tutte le misure idonee a tutelare l’integrità psico fisica dei prestatori di lavoro: in caso di inidoneità fisica del dipendente, si impone, a tutela della sua stessa salute, la sospensione dello stesso dall’attività lavorativa.

Visto che ormai si sta sviluppando copiosa e conforme giurisprudenza sull’argomento, è lecito auspicare che finalmente venga abbandonata l’argomentazione difensiva dell’ubriachezza della vittima: come visto, è una strategia che non paga.