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LEGGE 104/1992: ATTIVITÀ CONSENTITE DURANTE LA FRUIZIONE
DEI PERMESSI DA LAVORO 
PER ASSISTERE IL FAMILIARE DISABILE

 

 

La Corte di Cassazione interviene ancora una volta sul tema per specificare la distinzione tra ferie e permessi retribuiti, chiarendo però che possono servire anche per riposarsi dall’assistenza.

La Legge 104/1992 prevede, come sappiamo, la possibilità di usufruire di alcuni permessi retribuiti per il lavoratore che debba assistere un familiare con handicap in situazione di gravità.
Rispetto all’utilizzo di  questi permessi, su cui anche di recente sono tornate alcune sentenze, non di rado ci si pongono legittime domande. Tra queste, la questione se per “assistenza” si intenda necessariamente l’assistenza diretta, atta a svolgere alcune attività vitali in senso stretto, o anche tutta una serie di attività che sono, sì, di supporto all’assistito, ma che possono essere compiute anche non in sua presenza, ma per lui (esempio commissioni, disbrigo di pratiche, spese, ecc).
Nella sentenza 23 dicembre 2016, n. 3209 (II sezione penale), la Corte di Cassazione torna sulla natura di questi permessi.
Il caso di specie era quello di una lavoratrice che era stata condannata per truffa (art. 640 codice penale) per aver utilizzato i tre giorni di permesso per fare un viaggio all’estero - senza il parente disabile. La Corte di Cassazione ha rigettato la difesa della donna, che aveva portato una lettura dei giorni di permesso come giorni che potessero servire, oltre ad assistere la persona con handicap anche  a “recuperare le energie” proprio a causa del lavoro di assistenza. Come detto, la Corte ha rigettato questa lettura dei tre giorni di permesso come “tre giorni feriali di libertà”, tuttavia ha anche fatto delle precisazioni interessanti sulla natura e lo scopo dei permessi.
La Corte ha infatti rammentato come l’interesse primario cui è preposta la Legge 104/92 sia quello di assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare, attraverso anche una serie di benefici a favore delle persone che se ne prendono cura. In questa ottica, si legge nella sentenza, i permessi lavorativi sono soggetti ad una duplice lettura, e vengono concessi:
   a) per consentire al lavoratore di prestare la propria assistenza con ancora maggiore “continuità”
   b) per consentire al lavoratore, che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare con handicap, di ritagliarsi un breve spazio di tempo per provvedere  ai propri bisogni ed esigenze personali.
Tradotto: quel periodo può essere utile anche a ritrovare le energie, quindi a riposarsi. Va comunque ricordato – e lo fa proprio la sentenza in oggetto – che i permessi non possono e non devono essere considerati come giorni di ferie, ma solo come un’agevolazione che il legislatore ha concesso a chi si è fatto carico di un gravoso compito.
Infine, la sentenza sottolinea come nei giorni di permesso l’assistenza, seppure continua, non deve necessariamente coincidere con l’orario di lavoro, proprio perché si riferisce ai bisogni della persona da assistere.
In conclusione, si afferma quindi che: colui che usufruisce dei permessi retribuiti ex. Art. 33/3 L.104/1992, pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persone handicappata nelle ore in cui avrebbe dovuto svolgere attività lavorativa, non può tuttavia utilizzare quei giorni come se fossero feriali senza, quindi, prestare alcuna assistenza alla persona handicappata. Di conseguenza, risponde del delitto di truffa il lavoratore che, avendo chiesto ed ottenuto di poter usufruire dei giorni di permesso retribuiti, li utilizzi per recarsi all’estero in viaggio di piacere, non prestando, quindi, alcuna assistenza.  


 

 

Pubblicato il 25.01.2017