IL COMMENTO DI LUCE TOMMASI


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QUANDO TEATRO E SOCIALE SI INCONTRANO PER VIVERE
FELICI E CONTENTI

 

 

Un attore al servizio del sociale. Un incontro con ANMIL, quello di Marco Di Campli San Vito, avvenuto nel 2007, in occasione del concorso CortoSicuro, di cui si aggiudicò il primo premio. In scena andava allora la storia di Kalel, un giovane tunisino che cercava disperatamente aiuto per il cugino infortunato, girando a vuoto tra i meandri della burocrazia. Un muro di gomma da cui rimbalzava questo ritornello: "Niente permesso di soggiorno, niente messa in regola, niente assistenza". Una storia come tante, un po' vera, un po' di invenzione, ma sempre sulla falsariga di numerose vicende che ancora oggi connotano il mondo del lavoro. Ma perché tanto interesse per questi temi?

Di Campli risponde: "Fin da bambino ho avuto a che fare con queste problematiche. Mio padre lavorava in un cantiere delle autostrade in Trentino e, spaccando alcuni assi, si tagliò il dito di una mano. Da lì una serie di viaggi attraverso ospedali che hanno segnato la mia infanzia". E continua: "Uno dovrebbe lavorare per vivere bene e non per rischiare di non tornare a casa". Lui stesso, attore di teatro della scuola di Perla Peragallo e Leo de Berardinis, vive pericolosamente tra palchi e scenografie. Sì, perché Marco Di Campli cura ogni aspetto della messa in scena e si prende a cuore tutta la sequenza operativa che viene prima e dopo il su e giù del sipario. "Sono autore e attore - dice - perché mi interessa la parte creativa del lavoro teatrale, che non può essere slegata dal ruolo civile ed umano". E ricorda quello spettacolo "Davide contro Golia", con la regia di Paolo Orlandelli, che ha messo in piedi dopo la morte di Carlo Giuliani sui fatti del G8 di Genova. È la storia del giovane ucciso dal carabiniere Mario Placanica, rinchiuso in una vettura delle forze dell’ordine durante gli scontri di piazza che accompagnarono il vertice, e che, accerchiato dai manifestanti, sparò due colpi che ammazzarono Giuliani. Poi Di Campli ricorda ancora il documentario sul mega campo Rom di Salone, a Roma, "Container 158", diretto da Enrico Parenti e Stefano Liberti. "Diversamente - si interroga  Marco - il teatro a cosa serve?". E si dà la risposta: "Non certo ad essere famosi e, anche se fosse, a mettere la propria fama al servizio della collettività, per migliorare la vita di tutti". Sta qui il pensiero creativo. Sta qui la responsabilità di chi fa arte al servizio del sociale.

Il tema degli infortuni sul lavoro ritorna continuamente nella ricerca di Marco Di Campli. Basta pensare ad un personaggio, Giuseppe Menna, che lavora in una fabbrica di vernici e che fa fatica a respirare, dopo tante ore passate ad inalare veleni. "Io non fumo, io non bevo e non mi drogo. LAVORO!", ripete a se stesso quest'uomo di 57 anni, una persona normale, con una vita normale.  "Ma come?", si interroga il nostro attore che ha interpretato il brano, al Corviale, durante le notti bianche di ANMIL a Radioimpegno. E pone un quesito: "Leggiamo sui pacchetti di sigarette che il fumo nuoce gravemente alla salute e non c'è scritto niente all'ingresso delle fabbriche che uccidono tante persone con lavori rischiosi?". Non si ferma Di Campli: "E poi, quando lavori, hai sempre il fiato sul collo. Devi produrre e produrre in fretta, per cui non puoi rispettare i tempi necessari a salvaguardare la sicurezza".  Alcuni esempi? La risposta è immediata: "Ci sono interi comparti dell'edilizia e dell'agricoltura, gestiti dal caporalato, che speculano quotidianamente sulla vita delle persone e ledono la loro dignità, attraverso filiere in cui tutti guadagnano tranne i lavoratori".

E i suoi soggetti teatrali, gira e rigira, anche quando sembrano uscire dal tema dell'impegno sociale, vanno sempre a parare lì, come l'ultimo, in scena in questi giorni al Teatro San Paolo di Roma, che si intitola "Il futuro è donna". Si tratta di una commedia "nera", scritta e diretta da Eduardo Ricciardelli, che racconta una serie di vicende bizzarre che riflettono la frammentazione sociale, a partire dalle relazioni di coppia. Uno spettacolo apparentemente leggero, ma sempre espressione del malessere di una esistenza frenetica, legata ai consumi e ispirata a modelli effimeri e fallimentari. Recita il Di Campli-pensiero: "Se il tenore di vita non è giusto per tutti, occorre abbassare i livelli di ognuno perché i modelli liquidi, in continuo mutamento, non possono che portare frustrazione e disorientamento". Ed ecco che abbattere le morti e gli infortuni sul lavoro fa parte di questo obiettivo: "Operare su tutta la catena sociale perché basta un anello per far saltare l'intero sistema". Traducendo: non può essere la ricchezza di pochi l'obiettivo da raggiungere, ma il benessere di tutti. Per vivere, come in ogni storia a lieto fine, felici e contenti.

 

 

Pubblicato il 28.01.2017