IL COMMENTO DI LUCE TOMMASI


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INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL'ANMIL, FRANCO BETTONI

 

2016: un altro anno da dimenticare. Come interpreta i dati relativi ai primi undici mesi?

Il primo aspetto, particolarmente preoccupante, è quello dell'aumento delle denunce di infortunio perché inverte una tendenza che, negli ultimi anni, si stava consolidando, cioè quella del calo degli infortuni. Sulle denunce di infortunio mortale, invece, il ragionamento è più complesso perché va ricordato che nel 2015 si era registrato un forte incremento delle denunce di infortunio mortale che poi, nella fase di riconoscimento da parte dell'INAIL degli infortuni sul lavoro, non aveva dato luogo ad un aumento reale. Il fatto che nel 2016 le denunce siano diminuite rispetto al 2015, ma siano aumentate rispetto al 2014, non può essere considerato un dato affidabile fino a quando non ci saranno i riconoscimenti dell'INAIL per il 2016. 

 

- Aumento dell'occupazione, aumento degli infortuni. Due dati che camminano in parallelo? 

Considero questa equazione inaccettabile. Trovo molto negativa la preoccupazione, da parte di alcuni, di sostenere che l'aumento degli infortuni è in linea con quello dell'occupazione. Se così fosse, avremmo sbagliato qualcosa. Affermare che la dinamica occupazionale comporta una dinamica dell'aumento degli infortuni significa, a mio parere, che le politiche della prevenzione non stanno funzionando e che occorre fare qualcosa di più in termini di investimenti. 

 

- Come interpreta il calo, in termini assoluti, degli infortuni mortali, sempre nei primi undici mesi del 2016?

La lettura degli infortuni mortali è sicuramente più difficile. Il calo dei morti sul lavoro non è indicativo fino a quando non arrivano i riconoscimenti da parte dell'INAIL. Il numero assoluto dei morti, sotto un profilo statistico, è un dato relativamente piccolo perché ciò che davvero conta è il numero delle denunce.

 

- Quindi, come presidente dell'ANMIL, non si ritiene soddisfatto dei dati sulla mortalità finora rilevati nel 2016?

Siamo lontani dall'essere soddisfatti anche sotto questo aspetto, ma ribadisco che ciò che non ci soddisfa è prima di tutto il collegamento tra l'aumento dell'occupazione e l'aumento delle denunce di infortunio. Tale equazione non può essere una giustificazione perché dovrebbe aumentare l'occupazione e dovrebbero diminuire parallelamente le denunce di infortunio. 

 

- Sul piano della sicurezza quanto resta ancora da fare?

Sono ancora molte le cose da fare, a cominciare dal completamento della fase attuativa della normativa. Tanti i decreti ancora da realizzare, come quello sulla patente a punti delle aziende in edilizia e sulla qualificazione delle imprese. 

 

- Quanto invece è stato fatto? 

In merito alla tutela degli infortunati, nel 2016 ci sono state alcune positive iniziative dell'INAIL per il reinserimento degli infortunati nel posto di lavoro, ma nel 2017  l'Istituto deve investire di più su questo terreno. Nei fatti, nella stragrande maggioranza dei casi, la conservazione del posto di lavoro non è risultata possibile perché le piccole aziende, dove per lo più avvengono gli infortuni, non riescono a reimpiegare il lavoratore. L'obiettivo è che l'INAIL faccia di più per il reinserimento in altre aziende. 

 

-  Ci sono altre questioni a cui mettere mano? 

Nell'immediato occorre riconsiderare l'Ape, cioè il pensionamento anticipato, che prevede che, tra i lavoratori aventi diritto, ci siano quelli con una invalidità del 74%. Chi ha scritto la norma si è scordato degli invalidi del lavoro perché  l'Ape parla di invalidi civili e le valutazioni del grado di invalidità, quando si tratta di invalidità da lavoro, sono ben diverse (si passa dal 74% al 58%). 

 

- Che cosa chiede ai politici per il 2017?  

Non c'è dubbio che la richiesta sia quella di riconsiderare tutte le politiche in materia di sicurezza sul lavoro, aumentando gli investimenti per la diffusione della cultura della prevenzione, oltre a superare alcune storture che accompagnano gli incidenti sul lavoro. Non basta l'indennizzo, ma ci vuole l'attenzione per il recupero della persona in termini di ricollocazione al lavoro e di valorizzazione. Con questo intendo dire che le persone infortunate hanno bisogno di maggiori servizi per la ricollocazione e la tutela sanitaria. 

 

- Seguendo l'ANMIL ho avuto modo di ascoltare, in questi anni, storie straordinarie di persone infortunate, che hanno messo la propria esperienza al servizio degli altri. Lo dimostra l'entusiasmo con il quale tanti vostri iscritti  hanno voluto raccontare in diretta la loro vita a Radioimpegno, la radio web del Corviale a cui l'Associazione ha aderito con una serie di notti bianche che proseguiranno anche nel 2017. Quanto conta la capacità di una vittima del lavoro di essere stimolo per gli altri?

Il riscatto e l'esempio sono di fondamentale importanza per il mondo degli infortunati. Queste persone, che hanno subito un incidente sul lavoro, diventano sicuramente il veicolo più importante per testimoniare la necessità di una speciale attenzione sia per gli infortuni che per la riconsiderazione dei lavoratori che hanno subito l'infortunio. Le vittime degli incidenti hanno la necessità di sentirsi di nuovo protagoniste nel lavoro. Ed è sbagliato pensare che, sotto questo profilo, tutto possa essere ricondotto al ruolo delle istituzioni pubbliche. Moltissimo potrebbero fare anche le parti sociali. Nella contrattazione collettiva non si parla mai di quello che succede dopo l'infortunio. Per il 2017 penso ad un rinnovo dei contratti di lavoro in cui sia previsto che i lavoratori infortunati vengano accompagnati ad una nuova occupazione e non vengano lasciati soltanto ad una tutela pubblica. Il sistema tra imprese e sindacati dei lavoratori si dovrebbe fare carico, già in fase di contrattazione, dei lavoratori infortunati. 

 

-  Il suo augurio agli iscritti dell'ANMIL e a tutti noi per il 2017?

Auguro che finalmente venga superata l'idea del lavoratore infortunato come primo fra i "poveri" perché titolare di una assicurazione. Non è vero che questa persona stia meglio di tante altre. E per fare questo occorre modificare l'approccio al problema e fare quindi un salto culturale. 

 

 

Pubblicato il 4.01.2017