CASO OSCAR PISTORIUS

 

 


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Processo Oscar Pistorius – il medico depone a suo favore: l’ANMIL perplessa.

 

Commento di Filomena Brescia

 

 

La notizia dell'omicidio della modella Reeva Steenkamp da parte del suo fidanzato Oscar Pistorius, campione paralimpico avvenuto il 14 Febbraio del 2013 ha toccato profondamente l'opinione pubblica. La stampa riaccende i riflettori sul caso riportando alcuni risvolti del processo attraverso le parole del medico legale e dello stesso atleta che rompe il silenzio degli ultimi mesi attraverso i social media.

 

Fino al giorno prima dell’omicidio Pistorius godeva di un’immagine di eroe positivo, in cui sembrava confluire il desiderio di tutti coloro che hanno una grave disabilità e che sperano di farcela, nonostante le difficoltà, ad annullare la propria diversità e gli svantaggi che sentono di avere rispetto agli altri.

L'evento dell'omicidio ha distrutto questa immagine, tanto da chiedersi chi sia davvero Pistorius. Un eroe non uccide, ancor meno la sua fidanzata.

Il medico legale al processo ha proposto un’immagine diversa del Pistorius eroico, mitico; lo descrive come una persona in difficoltà, forse più vicina a tutti noi: vincenti e vulnerabili allo stesso tempo.

Ma le parole del medico legale vanno oltre, attribuiscono un rapporto di causalità tra disabilità, vita familiare complessa da un lato e reazioni aggressive, violente dall'altro.

Un'esperienza frustrante, un'esperienza di perdita, come il sentirsi diversi può comportare emozioni di rabbia e sentimenti di rivalsa. La questione centrale è che ogni esperienza è da costruire. Il modo in cui si reagisce ad un evento frustrante è connesso alla possibilità di non negarlo, di potersene fare qualcosa. Una condizione di disabilità, ad esempio, può stravolgere la propria immagine di sé e delle relazioni affettive, sociali, lavorative. Ma può rappresentare un nuovo inizio se i vissuti depressivi e di rabbia sono integrati nella propria storia personale.

Lavorando da anni come psicologa con le persone che hanno vissuto un infortunio e che convivono con una disabilità, si coglie come spesso sentano di aver subìto un'ingiustizia, di essere state danneggiate, di essere sole, di essere viste con il filtro del pregiudizio legato alla loro condizione fisica.

Confrontarsi con la quotidianità fatta di barriere architettoniche, bisogno di assistenza da parte di familiari o operatori medici e sociali, confrontarsi con le piccole o grandi discriminazioni, sono esperienze che comportano un carico emotivo che persone e familiari possono sentire come altamente limitanti, più del deficit fisico a volte.

Quali sono i luoghi in cui ci si può soffermare su quello che si prova e riprogettare la propria vita a partire dai limiti che si sentono? In un società in cui il successo, essere vincenti sembra la prova dell'essere riusciti a farcela, ci domandiamo se perseguire questo ideale di onnipotenza sia d'aiuto a vivere autenticamente la relazione con se stessi e con gli altri.

Offrire sponde che aiutino le persone a comprendere quello che accade loro è uno strumento per convivere al meglio nel proprio contesto, spesso limitato e limitante, specie per chi vive una disabilità. Il servizio di supporto psicologico ANMIL o i percorsi di reinserimento lavorativo vogliono aiutare le persone a non sentirsi sole  ascoltando il loro desiderio di farcela.

Inoltre, sollecitare le persone a partecipare attivamente alla vita associativa, adoperandosi per offrire il proprio impegno a favore del cambiamento del sistema normativo, della tutela, delle politiche sociali e lavorative è un modo con cui sentono l'efficacia del contribuire al miglioramento, non solo delle propria condizione personale, ma anche della collettività, tentando di rendere il contesto sociale e culturale più abile a integrare la diversità. Il caso Pistorius ci aiuta a rimettere in discussione i modelli di successo, di ripresa che abbiamo in mente: quello degli eroi o della complessa, e a volte faticosa, costruzione quotidiana dei rapporti?