BILANCIO CONSUNTIVO 2013

 


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Di positivo c’è solo il calo degli infortuni sul lavoro

 

di Franco D’Amico

Coordinatore dei sevizi statistico-informativi  ANMIL

 

Anche il 2013, come succede ormai da troppi anni nel nostro Paese, si è chiuso con una serie di dati macroeconomici negativi, snocciolati periodicamente e impietosamente dall’Istituto ufficiale di statistica. 

Il P.I.L. è diminuito dell’1,9% rispetto al 2012, scendendo per la prima volta sotto il livello dell’anno 2000; nel 2012 il calo era stato ancora più pesante: -2,4%.

Debito record: il 2013 si è chiuso con un Rapporto tra debito e P.I.L. al 132,6%, in crescita di oltre 5 punti percentuali rispetto al 127% del 2012.

Il rapporto deficit/P.I.L. è rimasto invece stabile al 3%, stesso livello del 2012.

Il Potere di acquisto delle famiglie, vale a dire il reddito disponibile in termini reali, è sceso anche nel 2013 (-1,1% rispetto al 2012); con il potere di acquisto è diminuita parallelamente anche la Spesa delle famiglie, che ha segnato una caduta dell’1,3% sul 2012. 

Sul piano dell’occupazione, la situazione appare ancora più sconfortante: nel 2013 si è registrata una diminuzione del 2,1%, corrispondente alla perdita di 478.000 posti di lavoro; la riduzione è stata ancora più forte nelle regioni meridionali dove è calata di ben il 4,6%.

Il Tasso di occupazione si è attestato al 55,6%, vale a dire 1,1 punti percentuali al di sotto del 2012, che pure era stato un annus horribilis. La riduzione dell’indicatore riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le ripartizioni geografiche, con punte di maggior rilievo nel Sud.

La Disoccupazione, nel valore medio annuo 2013, è salita al 12,2% facendo segnare un incremento di 2,5 punti percentuali rispetto al 2012, quando si era stabilita al 10,7%. La crescita prosegue comunque anche nel 2014.

Ma la situazione sicuramente più preoccupante è rappresentata dal Tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che ha toccato nel 2013 la soglia del 40% e continua inesorabilmente a crescere anche nell’anno in corso; nel 2013 dunque vi è stato un incremento di oltre 5 punti percentuali rispetto al 2012, quando il tasso era stato pari al 35,3% e risulta in pratica raddoppiato rispetto al 2007, anno precedente la crisi, quando si attestava al 20,3%.

Soltanto sul piano infortunistico sembra dunque prospettarsi per il 2013 un bilancio positivo, alla luce del consistente calo che emerge dalle stime preliminari diffuse recentemente da INAIL.

Dall’analisi di tali dati, pubblicati peraltro in misura estremamente sintetica dall’Istituto, risulta una flessione di quasi l’8% per gli infortuni, scesi dai 657.000 del 2012 ai 607.000 del 2013.

Ancora più accentuata e superiore al 10%, la flessione dei casi mortali passati dagli 844 casi del 2012 ai 740 del 2013. Va detto tuttavia che, a seguito dei criteri tecnici di rilevazione adottati da INAIL, il dato relativo ai morti sul lavoro 2013 è da considerare ancora provvisorio.

Un calo consistente, per il quale un contributo significativo è da ricondurre però anche alla riduzione del monte-ore di lavoro (e quindi di esposizione al rischio) registrata nell’anno stesso. Allo stato attuale non sono ancora disponibili dati completi ed attendibili su alcuni indicatori (occupati, ore lavorate, U.L.A, addetti/anno) utili a quantificare in misura precisa la “quantità di lavoro perduto” nell’intero anno 2013; tuttavia, sulla base dei pochi e parziali indicatori ad oggi disponibili, tale quantità può essere stimata nell’ordine del 2,5%, che corrisponderebbe pertanto alla quota di calo infortunistico da attribuire alla componente “perdita lavoro”.