Lunedì 12 marzo si è tenuto presso il Ministero del Lavoro (sede di via Flavia) uno degli ultimi tavoli di incontro con le parti sociali prima del varo della riforma del mercato del lavoro. Il Ministro Fornero, infatti ha stabilito la deadline del 23 marzo per il perfezionamento della tanto discussa riforma.
Da quanto emerso nella successiva conferenza stampa i temi trattati sono stati quelli relativi agli ammortizzatori sociali e alla riorganizzazione dei contratti di lavoro. Nulla si è detto riguardo all’articolo 18, tema di cui il Ministro si occuperà in questi giorni tramite incontri informali con le parti sociali.
Relativamente ai contratti sembra molto vicino un punto d’incontro sia tra le parti sociali che tra le stesse ed il governo. La questione degli ammortizzatori sociali, invece, pare aver aperto crepe che, vista la determinazione del dicastero di via Veneto ad addivenire al più presto ad una soluzione definitiva, lascia aperto lo scenario anche all’eventualità di una riforma senza il consenso di una o più parti sociali. Senza dubbio la questione che ha creato il maggior disappunto è quella relativa alla riduzione del periodo di transizione tra l’attuale sistema di ammortizzatori sociali e quello nuovo ipotizzato. Nei precedenti tavoli, infatti, il termine previsto per l’entrata a regime dei nuovi ammortizzatori era il 2017, mentre ieri tale data è stata anticipata, sembra al 2014.
Dal 2014, quindi, nuovi ammortizzatori sociali: da un lato la cassa integrazione ordinaria rimane invariata mentre quella straordinaria, che non scompare, è limitata ai casi di ristrutturazione aziendale ed esclusa per le aziende in chiusura (in tal caso, assegno di disoccupazione “alla tedesca”); dall’altro, introduzione dell’assicurazione sociale per l’impiego in sostituzione di indennità ed incentivi di mobilità, disoccupazione per apprendisti e una tantum per i co.co.co., della durata che può durare dagli 8 ai 18 mesi (per i disoccupati oltre i 58 anni) e che dovrebbe essere dell’ammontare di circa 1.100 Euro mensili progressivamente ridotti di un 15% dopo i primi sei mesi e di un ulteriore 15% dopo i successivi sei.
Il sistema così impostato, ed anticipato al 2014, creerebbe infatti problemi che sono stati rilevati sia da parte datoriale che da parte sindacale. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, pur condividendo il nuovo impianto complessivo degli ammortizzatori sociali, ha espresso forti perplessità per l’eliminazione della mobilità già dal 2014 alla luce delle numerose ristrutturazioni che il settore industriale dovrà affrontare in questo periodo. Deadline quella del 2014 che preoccupa fortemente anche il Segretario Generale della CISL Raffaele Bonanni, il quale si vede preoccupato per l’incombenza addirittura di “un’ecatombe sociale” in un periodo di crisi in cui, per di più, è stata anche alzata l’età pensionistica. Alla luce di tali provvedimenti Bonanni si domanda se non sia opportuno lasciare alle varie organizzazioni di settore la gestione dell’indennità di disoccupazione parallelamente al sistema di reimpiego. Nella prospettiva, secondo chi scrive, di una flessibilità vista in un’ottica di sistema, in cui si trova un raccordo tra flessibilità in entrata e flessibilità in uscita. Più radicale nelle sue posizioni Susanna Camusso – CGIL – che ha visto l’incontro di lunedì come un forte passo indietro verso l’intesa. La riduzione del periodo di transizione, infatti, secondo la leader della CGIL porterebbe semplicemente ad una redistribuzione delle tutele già esistenti e non ad un allargamento delle stesse, circostanza contraria al principio dell’universalità che dovrebbe contraddistinguere il sistema degli ammortizzatori sociali.
Tendenzialmente in accordo le parti per quanto riguarda, invece, l’altro aspetto della riforma, la riorganizzazione dei contratti di lavoro. La linea sembra quella dell’incentivazione dei contratti a tempo indeterminato tramite un aumento dei costi per le assunzioni a tempo determinato; la lotta alle false partite iva e agli abusi delle co.co.pro. pare voler essere attuata dal Ministro tramite un irrigidimento dei controlli e quindi né con l’implementazione di un sistema di certificazione dei contratti né con l’eliminazione di forme contrattuali esistenti. Su questo punto l’unico in disaccordo si è dimostrato Marco Venturi, Presidente di turno di Rete Imprese Italia. Circa 300.000 lavoratori sono assunti in piccole o medie imprese e i provvedimenti sulla linea del Ministro porterebbero ad un aumento del costo del lavoro del 2% (se si considerano sia le modifiche sugli ammortizzatori che quelle sui contratti) per l’ammontare di oltre 400 Euro annui a lavoratore.Cifre che, vista la rilevanza, in settori come il turismo ed il commercio, del lavoro stagionale e di altre forme di lavoro flessibile, rischierebbero di affossare ulteriormente un settore dominante per l’economia italiana.
Più caute le posizioni di UIL e UGL che hanno fatto emergere principalmente come la non certezza sull’ammontare dei fondi a disposizione, unitamente all’abbreviamento del periodo di transizione, potrebbe portare problemi in ordine al tasso di disoccupazione e alla garanzia che gli impegni assunti da questo governo vengano poi mantenuti dal successivo esecutivo.